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domenica 8 febbraio 2009

Eccezione alla regola

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"Chi vive solo esteticamente ha il segreto terrore della disperazione, poichè sa molto bene che (...) quello che egli ha nella sua vita è la differenza. Quanto più in alto l'individuo sta, tanto più numerose sono le differenze che egli ha distrutto disperando del loro significato; ma egli salva sempre una differenza che non vuole distruggere, perchè in essa consiste la sua vita. E' strano vedere come anche le persone più semplici scoprano con ammirevole sicurezza quella che si potrebbe chiamare la loro differenza estetica, per quanto insignificante sia, e quella stolta lotta che si conduce per stabilire quale differenza sia più importante dell'altra è una delle miserie della vita."

da "Aut-aut" di Kierkegaard

Più e più volte mi sono ripromesso di non scrivere su questo blog analisi di fatti d'attualità, conscio che i miei modesti mezzi a poco mi servirebbero nel formulare un' opinione su questioni complicate, troppo spesso involgenti profili che non sono neanche in grado di capire superficialmente.
Dell' attuale preferisco discorrere oralmente, la parola scritta è una cosa quasi sacra quando si ha da dire qualcosa (probabilmente banale) sul mondo (sempre troppo multiforme).
E invece oggi mi sento di buttare giù due righe sulla figura di Beppino Englaro. L'eccezione alla regola.

Beppino Englaro non rivendica alcuna "differenza". Le "differenze" di cui parla Kierkegaard nello stralcio di "Aut-aut" da me riportato in questo post sono quelle doti, quelle qualità strettamente personali (o presunte tali), talenti originali, quasi innati e non comuni a nessuno.
Ognuno di noi cerca di trovarne almeno uno dentro se stesso, di coltivarlo, di farne a volte la bussola della propria vita, di costruirci sopra un'esistenza. Un talento, almeno uno, unico.

Englaro, in confronto, non rivendica alcuna differenza. Si rivolge alla legge, ai tribunali, propone appelli, ricorsi, esercita diritti riconosciutigli dall'ordinamento giuridico, rivendica situazioni giuridiche soggettive essenziali attribuitegli dalla costituzione, cura le questioni attinenti al suo ufficio di tutore della figlia nel modo più responsabile possibile, non decide al posto suo o per il suo bene ma ne vuole ricostruire la sua volontà in modo fedele, fedele alla sua memoria e ai suoi intenti.

Beppino Englaro non è un eroe, gli eroi ricercano la propria differenza e la esibiscono, la ostentano, vestendosi di falsa umiltà.

Beppino Englaro fa solo ciò che lo stato gli consente di fare, non forza la lettera di alcuna disposizione legislativa, riconosce pienamente il valore dello stato di diritto e dallo stato di diritto aspetta risposte.

Forse è questa, paradossalmente, la differenza che ne fa l'eroe che non vuole essere: il grande senso dello stato, un sentimento sconosciuto a troppi di noi, che vissuto nel suo significato più sacro sta mettendo allo scoperto le ansie, i timori, i perversi desideri malcelati di un potere superiorem non recognoscens, di un potere che non riconosce nulla di superiore, nessun principio, nessun etica al di là del pragmatismo viziato da logiche di calcolo del consenso elettorale.

sabato 7 febbraio 2009

Vanitas

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"Così sono giunto al punto in cui tu pensi che il significato della vita consista nella sofferenza. E' caratteristica di tutta l'evoluzione moderna la predilezione per il dolore. Voler soffrire è ritenuta una concezione di vita più alta che non voler essere felici. Il motivo è chiaro: voler essere felici è naturale, voler soffrire non è naturale. E poi essere felici porta con sè quasi un dovere di gratitudine, anche se la mente è troppo imbrogliata per sapere bene chi si debba ringraziare: soffrire invece ci libera da questo e la vanità è più soddisfatta. La nostra epoca inoltre ha esperimentato in tanti modi la vanità della vita che non crede più alla gioia, e, tanto per avere qualche cosa in cui credere, crede al dolore. La gioia svanisce, si dice, e il dolore rimane; perciò chi costruisce la sua concezione di vita sul dolore la costruisce su una base sicura.

Se poi ti si chiede, con più precisione, che dolore tu intenda, sei intelligente abbastanza per evitar di parlare del dolore etico. Non è il pentimento che intendi: no, è il dolore estetico, è sopratutto il dolore riflesso. Questo ha la sua origine non nella colpa ma nella disgrazia, nell'influenza degli altri, ecc. Tutte cose che conosci molto bene dai romanzi. Se le leggi nei romanzi ne ridi, se senti gli altri parlarne, li schernisci; ma quando tu stesso le esponi hanno del significato e sono la verità.
Benchè la concezione che fa del dolore il significato della vita sia di per sè abbastanza triste, non posso fare a meno di mostrarti che è sconsolata da un lato che forse ti è inatteso. Ripeto, quello che ho detto anche prima: allo stesso modo in cui svanisce la gioia, svanisce anche il dolore. (...) Chi dice che il dolore è il significato della vita ha da temere la gioia al di fuori di sè, come chi vuole essere felice ha da temere il dolore al di fuori di sè. La gioia lo può sorprendere precisamente nello stesso modo in cui il dolore può sorprendere quell'altro. La sua concezione di vita è dunque legata a una condizione che non è in suo potere; infatti non è proprio in potere dell'uomo rinunciare alla gioia o al dolore. Ma ogni concezione che fa dipendere il senso della vita da qualcosa di esteriore è disperazione.

Così volere il dolore è disperazione proprio allo stesso modo che volere la gioia, perchè è sempre disperazione avere la propria vita in qualcosa il cui senso è quello di svanire. Sii pure astuto e perspicace quanto vuoi, scaccia pur la gioia con un aspetto piagnucoloso e, se lo preferisci, tradiscila col tuo aspetto per conservare il dolore, la gioia ti potrà sempre sorprendere. Il tempo divora i figli del tempo, ed un dolore come quello è il figlio del tempo, e la sua presunta eternità è solo un inganno."

da "Aut-aut" di Kierkegaard

mercoledì 4 febbraio 2009

Nobody else

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"Si sente spesso la gente esprimere la propria insoddisfazione e lamentarsi della vita; spesso la si sente desiderare qualche cosa.
Immagina ora un povero diavolo (lasciamo da parte i desideri capricciosi che qui non hanno nulla da insegnarci perchè sono completamente immersi nel casuale). Ecco i suoi desideri: avessi lo spirito del tale, od il talento del talaltro, ecc., anzi per arrivare al massimo: - avessi la fermezza di quel tale.
Simili desideri si sentono pronunciare assai spesso, ma hai mai sentito che alcuno desiderasse seriamente di poter diventare un altro?
Ne è anzi talmente lontano che è proprio caratteristico di quelle che si chiamano individualità infelici di aggrapparsi tenacissimamente a se stesse, tanto che, nonostante tutte le loro sofferenze, per nessuna ragione al mondo vorrebbero essere degli altri. Ciò ha il suo motivo nel fatto che queste individualità sono molto vicine alla verità e sentono l'eterno valore della personalità, non nella sua benedizione, ma nel suo tormento.
Anche se devono rinunciare alla gioia, preferiscono tuttavia rimanere se stessi. Ma anche colui che ha molti desideri intende sempre rimanere se stesso, anche se le circostanze mutano. Dunque in lui vi è qualche cosa di assoluto in rapporto a tutto il resto, qualche cosa per cui egli è quello che è, anche se il cambiamento sopraggiunto col realizzarsi del suo desiderio sia stato il più grande immaginabile.
Che egli sia in equivoco lo mostrerò più tardi, ma qui voglio solo trovare l'espressione più astratta di questo "se stesso" che lo rende quello che è. E questo non è altro che la libertà.
Per questa via si potrebbe realmente giungere ad una plausibilissima dimostrazione dell'eterno valore della personalità. Perfino un suicida propriamente non vuole sbarazzarsi di se stesso; quello che lui desidera è solo un'altra forma di se stesso. Perciò si potrà anche trovare un suicida che sia convinto al massimo grado dell'immortalità dell'anima. Ma il suo essere è così accecato che con questo passo egli crede di trovare la forma assoluta per il suo spirito.
Pure, la ragione per cui ad un individuo può parere che egli si possa costantemente trasformare, pur rimanendo sempre se stesso, come se il suo essere più profondo fosse una grandezza algebrica che potesse indicare quello che si vuole, è che egli si trova in una posizione falsa, che non ha scelto se stesso e non ne ha idea; eppure anche nella sua incomprensione vi è un riconoscimento dell'eterno valore della personalità.
Per chi invece si trova in una posizione giusta le cose vanno diversamente. Egli sceglie se stesso, non in senso finito, poichè allora questo "io" diventerebbe una cosa finita che si mescolerebbe colle altre cose finite, ma in senso assoluto: eppure egli sceglie se stesso e non un altro. Questo "io", che egli sceglie, è infinitamente concreto, perchè è lui stesso; eppure è assolutamente diverso dal suo "io" precedente, poichè egli l'ha scelto in modo assoluto. Questo "io" non esisteva prima, poichè venne creato colla scelta; eppure esisteva perchè era lui stesso."
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da "Aut-aut" di Kierkegaard

sabato 31 gennaio 2009

Abbey in the oakwood


"Cos'è dunque la malinconia? E' l'isterismo dello spirito. Giunge un momento nella vita dell'uomo in cui (...) lo spirito esige una forma superiore nella quale afferrare se stesso come spirito. Come spirito immediato l'uomo è una cosa sola con tutta la vita terrena, e lo spirito si vuol quasi raccoglier fuori da questa dispersione e trasfigurarsi in se stesso: la personalità vuole diventare cosciente di sè nel suo eterno valore. Se questo non accade, se il movimento si ferma, e viene represso subentra la malinconia.
Molte cose si possono fare per dimenticarla, si può lavorare, ci si può aggrappare a mezzi (...) innocenti (...), ma la malinconia rimane.
Vi è qualche cosa di inspiegabile nella malinconia. Chi ha dolori e preoccupazioni sa perchè è triste e preoccupato. Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per essere così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia. Questa risposta è giustissima: poichè non appena egli conosce il perchè, la malinconia è dissipata, mentre il dolore di chi soffre non è affatto sollevato se conosce perchè soffre.
Ma la malinconia è un peccato, è veramente un peccato instar omnium, poichè è peccato non volere profondamente, e sentitamente; questo è il padre di tutti i peccati.
Questa malattia, o piuttosto, questo peccato, è molto comune ai nostri giorni ed è per questo che tutta la gioventù in Germania e in Francia sospira.
(...) Confesso che il fatto di essere malinconico, in un certo senso, non è un cattivo segno, poichè accade di solito alle nature più dotate. Non (...) presumere che chiunque soffra di indigestione abbia per questo il diritto di chiamarsi malinconico, cosa che si osserva anche troppo spesso ai nostri giorni, in cui l'essere malinconico è quasi diventato uno snobismo ricercato da tutti.
Ma chi vuol essere superiormente dotato, deve accettare anche che io gli addossi la responsabilità di poter essere anche più colpevole degli altri. (...) Non appena il movimento è accaduto, la malinconia è sostanzialmente dissipata, però può succedere a questo individuo che la vita gli dia ancora molti dispiaceri e molte preoccupazioni, e a questo riguardo sai che io, meno di tutti, sopporto la savia meschinità che dice che non serve attristarsi e che bisogna scacciare i dolori. Mi vergognerei di me stesso se con queste parole osassi avvicinarmi a chi soffre.
Persino colui nella cui vita il movimento avviene più tranquillamente, più pacificamente e tempestivamente possibile, manterrà sempre un po' di malinconia; ma ciò dipende da qualche cosa di assai profondo, dal peccato originale, che fa sì che nessuno possa diventare trasparente a se stesso. Invece coloro la cui anima non conosce malinconia, sono quelli il cui spirito non presagisce nemmeno una metamorfosi."
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Kierkegaard, da "Aut-aut"

mercoledì 28 gennaio 2009

Wanderer above the mist sea


"Immagina un capitano sulla sua nave nel momento in cui deve dar battaglia; forse egli potrà dire "bisogna fare questo o quello"; ma se non è un capitano mediocre, nello stesso tempo si renderà conto che la nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza colla solita velocità, e che così è solo un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia questo o quello.

Così anche l'uomo, se dimentica di calcolare questa velocità, alla fine giunge un momento in cui non ha più libertà della scelta, non perchè ha scelto, ma perchè non l'ha fatto, il che si può anche esprimere così: perchè gli altri hanno scelto per lui, perchè ha perso se stesso."

Kierkegaard, da "Aut-aut"