Visualizzazione post con etichetta comicità (in)volontaria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta comicità (in)volontaria. Mostra tutti i post

sabato 20 febbraio 2010

La legalità delle tottò

.
.
Dai mariuoli ai birbantelli
di Filippo Ceccarelli - da "La Repubblica" del 20/02/2010

Nella scala Mercalli del lessico berlusconiano il termine "birbantelli", che il premier ha usato per qualificare i protagonisti del malaffare uscito fuori in questi giorni, si colloca appena un gradino sopra "birichino".

Birbantelli sarebbero, per intendersi, questi individui che a tal punto smaniano per i quattrini da fregarsi le mani durante le scosse di terremoto, e si agitano, brigano, impicciano, volteggiano sulle disgrazie altrui, instancabili come sono, e corrompono funzionari dello Stato e ingaggiano prostitute, e ridacchiano delle loro prestazioni e insomma: "gli sciacalli", per taluni, o "la cricca", per altri, o tutte due le parole insieme, che non saranno carine, però, insomma, considerati i morti, il dolore, la crisi, la miseria, gli sprechi...

E invece ecco che Berlusconi se ne esce addirittura con un vezzeggiativo, birbantelli, e sembra quasi di vederlo sorridere mentre fa il gesto delle tottò con la mano, ah, birbantelli, ahi-ahi! Trattasi di epiteto scherzoso e benevolo, il Devoto-Oli (Le Monnier) conferma la regressione all'infanzia, "ragazzacci" suonerebbe già più serio, siamo vicini a "monelli", l'indulgenza è un lampo che rischiara il messaggio, il premier è il più avveduto e operoso specialista di semantica applicata alla vita pubblica, e quando dice birbantelli sposta i reati del codice penale e l'immoralità più nera e cannibalesca in un mondo di favole, fumetti, cartoni animati, nomignoli per chattare ("Ho gli ormoni birichini e birbantelli") o scherzi da nonnetto allegro, cu-cù, cu-cù, bu-bu-set-tete!

Ma poi è anche vero che gli italiani, certo meno di un tempo, ma hanno sempre abbastanza paura di sentirsi fessi, per cui capiscono benissimo che il senso politico di quella parola è sdrammatizzare, ridimensionare, minimizzare e anche porsi al di sopra chiamandosi fuori da quelle schifezze lì.
E' il potere che durante le sue crisi possiede connaturato questo codice di riduzionismo e di estraneità funzionale. Andreotti era così bravo a sminuzzare i problemi da alleggerirne non solo la portata, ma anche l'intensità - almeno fino alla primavera del 1993, quando fu accusato di essere un mafioso e di aver fatto uccidere Pecorelli.
Molto meno bravo fu Bettino Craxi, il cui potere infatti durò circa un quarto del tempo andreottiano, ma qui la faccenda si fa delicata per il Cavaliere. Perché se c'è un precedente che può richiamarsi a proposito dei birbantelli, viene subito in mente il modo sbrigativo in cui il 3 marzo del 1992, per cavarsi fuori dai guai, il leader del garofano volle designare il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa, che tanto aveva fatto per il Psi a Milano, e anche per la sua corrente, e addirittura per il figlio che muoveva i primi passi in quella giungla di tessere e magheggi. Disse dunque il grande Craxi, rispondendo a una domanda dei telespettatori del Tg3, che Chiesa era "un mariuolo".

Non fu un'uscita felice, e forse basterebbe da sola a ridimensionare il clima di santificazione acritica che ha segnato il decennale della morte nel gennaio scorso. E non solo perché lo stesso Chiesa nel luglio del 1995 ebbe modo di dire con qualche motivo che all'accusa di essere un mariuolo "avrei potuto ribattere che allora lui era Alì Babà, il capo dei... settanta ladroni" (disse proprio 70, Chiesa, incespicando sulla contabilità de Le mille e una notte).

Ora, in uno sconsolato torneo d'indulgenza lessicale dinanzi alle ricorrenti ladrerie, birbantelli è parecchio più bonario di mariuolo, così come il modo in cui l'ha messa ieri il presidente Berlusconi appare molto più trullallà rispetto alla solenne intemerata sul "mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano, in cinquant'anni, non in cinque, ma in cinquant'anni - ribadì uno sdegnatissimo Craxi - non ha mai avuto un amministratore condannato per gravi reati contro la pubblica amministrazione".

Il punto è che da allora l'Italia non è che sia molto migliorata, anzi, e la regressione non è solo infantile, ma in qualche modo si avverte anche sul piano morale, civile e addirittura su quello del linguaggio e del costume, con le sue frivolezze terribilmente serie, con le sue novità capricciose che arrivano a far rimpiangere la cupa piattezza del brutto tempo che fu.

lunedì 30 novembre 2009

Piacere paradisiaco

.
.
I LIBRI DEGLI ALTRI
da "La Repubblica" del 29/11/2009 - Di Dario Olivero

La storia è vecchia quanto quella dell' editoria: presunti scrittori convinti del proprio talento che sommergono di manoscritti i "colleghi" già affermati pregandoli di un parere, un consiglio, una raccomandazione. È successo anche a Edmondo De Amicis. L' autore di Cuore scrisse questo articolo - qui riportato in parte - il 26 agosto del 1906 su L' Illustrazione Italiana, periodico fondato a Milano dalla casa editrice Treves nel 1873 e che ospitò firme come Pascoli, Carducci, Fogazzaro, D' Annunzio, Gozzano, Serao e Deledda.

Uomo imbevuto di ideali risorgimentali e sempre attento alle piccole storie dei piccoli italiani, capaci però di passioni ed eroismo, De Amicis in queste pagine perde la pazienza. Lascia i toni seri e si abbandona alla satira descrivendo la galleria di personaggi che irrompe a casa sua per sottoporgli il frutto delle proprie fatiche letterarie privandolo di tempo prezioso e privacy. Inoltre, in quanto difensore della lingua italiana e del "bello scrivere" non solo come presupposto culturale ma anche come caposaldo civile, i suoi giudizi sui componimenti che si trova a vagliare non possono che essere impietosi. Il problema, come accade ancora oggi, è trovare le parole per dirlo all' interessato che, come chiosa De Amicis citando Leopardi, è preda del «piacere quasi sovrumano e di paradiso che prova visibilmente ognuno a leggere le cose proprie».

Perché mai riescono quasi sempre una molestia ineffabile tali letture? Non parlo delle letture degli amici, benché il Leopardi includa anche queste nella condanna; ma di quelle degli sconosciuti che vanno a chiedere a uno scrittore, qualunque sia, un giudizio sul proprio lavoro.

La prima ragione è che al giudice prescelto essi fanno una violenza, perché lo costringono o a dar loro un giudizio sgradito, che è anche per lui cosa sgradevole, o una lode non sincera, che gli spiace ugualmente di dare; e perché, anche quando può lodare sinceramente, egli ha sempre coscienza di pronunziare un giudizio sommario, che è soltanto l' espressione di una prima impressione, in molti casi erronea; e quest' obbligo di lodar lì per lì, senza il tempo di ponderare neppure le parole, lo infastidisce.

Un' altra ragione è che o il lettore è timido e impacciato,e quindi, leggendo alla diavola, fa parer brutta anche una cosa bella; o è ardito e franco, o il modo come legge prende facilmente un colore di petulanza, che lo rende uggioso.

E poi se l' uditore ascolta con attenzione, per dare un giudizio coscienzioso, deve fare uno sforzo, che lo stanca, e se non ascolta, deve almeno fingere, e quella finzione obbligatoria lo secca e lo irrita.

Ed è anche irritante per lui il contrasto ch' egli sente fra la fatica passiva e molesta a cui è costretto e il piacere quasi sovrumano e di paradiso che, come dice il Leopardi, prova visibilmente ognuno a leggere le cose proprie; il quale è un misto dei piaceri diversi che danno l' oratoria, la recitazione e l' esercizio della prepotenza sulla volontà del prossimo.

E, infine, la principale causa di molestia è nell' incertezza ansiosa, in cui si trova l' uditore, di quanto durerà il trattenimento, perché questi lettori hanno cento industrie maliziose per dissimulare la lunghezza del loro portato intellettuale: o stendendolo in caratteri minutissimi su fogli piccoli e sottili, o dividendolo in vari fascicoletti che cavano di tasca l' uno dopo l' altro, o presentandolo in un rotolo, di cui le prime pagine soltanto, che mettono sul tavolino, sono scritte da una parte sola, e tutte le altre da due, e con righe sempre più fitte.

Ma i colpi più dolorosi si ricevono quando, vedendo nelle mani del lettore, alla fine del manoscritto, il chiaro della carta, sentite dentro di voi le stesse parole che proferì con un sospiro di consolazione ai suoi compagni di sventura, Diogene Cinico: Vedo terra! Ma no, è stata un' illusione: il lettore v' imbarca per una nuova crociera.

E quanti altri fini accorgimenti hanno anche quelli che paiono più semplici!

Vanno a leggere un lavoro teatrale a uno che per il teatro non ha mai fatto neanche un abbozzo di scena, liriche di stil novo a chi non ha mai scritto un verso, progetti di riforma sociale a un poeta idillico, un romanzo a un latinista.

Alcuni si presentano con corti pretesti che non lasciano sospettare neppure alla lontana lo scopo vero della visita, e tirano poi fuori il manoscritto di colpo, come una pistola, nel momento in cui offrite il petto indifeso. È incredibile come lo sanno nascondere sottoi panni, in modo che non lasci nessun tipo di protuberanza traditrice; è meraviglioso veder sbucare da sotto a giacche che non fanno un gonfio né una grinza, certi scartafacci mostruosi, che paiono il manoscritto di un' enciclopedia.

Molte astuzie, ma anche molte ingenuità. Uno stupore in tutti, se tarda il consenso al sacrificio, che non siate subito disposti con gran piacere a piantare lì le vostre faccende, per dedicare un paio d' ore al non sperato divertimento che v' offrono. Nessun dubbio in loro, durante la lettura, che il vostro diletto non sia continuo ed acuto.

Non l' ombra d' un sospetto, quasi mai, che la nostra attenzione sia finta, che al vostro sguardo, fuggente dalla finestra per il cielo o sui tetti, vada dietro anche il pensiero.

E poi quella insistenza solita perché si sentenzi, udito il lavoro, e chi lo fece abbia o no le facoltà se debba mettere o seguitare per quella via.

E chi può giudicare in altri, sopra un breve saggio, quelle facoltà medesime che, dopo trent' anni di esperienza, non si conoscono ancora che imperfettamente in noi stessi?

E chi s' arrischia a dire: Questa non è la vostra strada, se non c' è vecchio scrittore che non dubiti ancora dodici volte l' anno d' aver sbagliato mestiere?

E nessuna diffidenza mai della sincerità della lode, accolta sempre col viso raggiante, come il vaticinio infallibile d' un avvenire glorioso... Ma di questa credulità, poveri noi! chi ha diritto di ridere?

E anche per ciò che riguarda il vizio, chi potrebbe mai scagliare contro i lettori di manoscritti la prima pietra? Ci possiamo vantare tutt' al più di non appartenere alla categoria dei più indiscreti, o d' avere perso il vizio con il pelo, o un po' avanti; ma anche a vantarsi di questo, se si vuole essere sinceri, è prudenza andare adagio.

Uno dei più imbarazzanti è il lettore minaccioso. Immaginate l' impressione che vi farebbe apparizione d' un giovane tarchiato e barbuto, che al primo impatto dimostrasse un temperamento impetuoso attraverso due grandi occhi sporgenti e roteanti, ed esordisse dicendovi: Lei mi ' deve' sentire!

Anche voi gli avreste risposto: Con grandissimo piacere! e vi sareste affrettati a farlo sedere perché non usasse la seggiola per altri scopi. Era un meridionale, impiegato di non so che amministrazione.

Aveva scritto un dramma, e lo leggeva con voce di basso, fremendo, e dopo ogni scena mi fissava gli occhi negli occhi e mi domandava: Il suo giudizio, Signore? con un tono che m' impensieriva; tanto più perché, leggendo o rispondendo alle mie modeste osservazioni, abbrancava ora l' uno ora l' altro degli oggetti che erano sulla scrivania: calcafogli, tagliacarte, scatole, volumi e gesticolava con quelli in mano, come per tirarmeli addosso.

Parendogli fredda la lode, mi gridò due o tre volte: Ma si persuada che qui (o si batteva il pugno sulla fronte con gran forza) c' è qualche cosa! Interrompeva, poi, a un tratto la lettura per vociare: Badi al pensiero, non alla forma! Al pensiero Al pensiero! Al pen-siero!

Via via che proseguiva, s' eccitava sempre più e, naturalmente, io rincaravo la dose degli elogi, tenendo sempre d' occhio gli oggetti che maneggiava.

Non vedevo l' ora della liberazione. Appena ebbe finito, mi richiese con fierezza: Insomma (e si diede un pugno sulla fronte) ce n' è o non ce n' è?

Figuratevi se non risposi subito: Ma ce n' è! e soggiunsi che ce n' era anche più di quanto egli potesse credere. Respirai quando fu fuori dell' uscio. Me lo ricorderò sempre con un vago senso di terrore. Fu l' unico dei tanti, per altro, che m' abbia estorta la lode a mano armata.

© 2009 Robin Edizioni - EDMONDO DE AMICIS

venerdì 27 novembre 2009

Ohi!!!

.
.
Il ministro che vuole abolire la pausa pranzo
di Filippo Ceccarelli - da La Repubblica del 24/11/2009
.
E' quando entra a piedi giunti nella vita quotidiana che il potere mostra il massimo straniamento e la rumorosa inutilità di certe sue mezze proposte.

Così il ministro Rotondi ha posto la questione della pausa pranzo. O meglio: la mattina se n' è uscito contro questo dannoso rito che «blocca l' Italia»; quindi il pomeriggio ha ingegnosamente precisato il messaggio ridimensionandone l' effetto; per poi concludere in serata, ormai pago di aver animato il discorso pubblico, auspicando «una lunga riflessione nel mondo del lavoro».

Quanto lunga non ha specificato. Però essendo la memoria selettiva, è assai probabile che lunedì prossimo la preziosa riflessione auspicata dal ministro per l' Attuazione del programma non avrà incendiato Palazzo Chigi, né Montecitorio e tanto meno Palazzo Madama, dove la pausa pranzo è specialmente osservata anche per via del fastoso ristorante, e anzi sacralizzata da un carosello di banchetti che onorando le scadenza di un ghiotto calendario offrono ai senatori le delizie gastronomiche delle varie regioni d' Italia.

Era un po' che Rotondi non faceva titolo, e anche per questo a scriverne oggi ci si sente un po' in colpa.

Ma siccome nell' articolare la sua «provocazione» - parola dentro cui si annidano le più feroci disponibilità dell' odierno ceto politico - il ministro attuatore ha ritenuto di limitarne la portata riducendola a un «semplice consiglio dietetico», varrà la pena di ricordare qualche bislacco precedente in proposito.

E allora la palma del potere che s' intromette nella vita di tutti i giorni, per lo più a vuoto e con effetti certamente buffi, va senz' altro alla campagna dell' indimenticato ministro della Salute, Sirchia, che a suo tempo propugnò con ardore la mezza porzione. A casa e ancor più al ristorante, per combattere l' obesità. E pareva di tornare a certe atmosfere del neo-realismo, ai mesti codici dell' austerità del secondo dopoguerra, al pallido professorino Dossetti sconfitto a Bologna dalla rubiconda energia del sindaco comunista Dozza.

Così come, sempre in argomento consono alla pausa pranzo e alla mezza porzione, ma alla rovescia, sarebbe ingeneroso dimenticare gli autorevoli consigli anti-dietetici («Non ha senso smaltire i tre o cinque chili su pancia e fianchi, meglio mutare abitudini alimentari») puntualmente dispensati alla pubblica opinione dalla sottosegretaria Martini sotto le feste del 2009. Passate le quali, non sai bene con quanti rotoli di ciccia, la bionda sottosegretaria della Lega ha allargato senz' altro gli orizzonti della sua tutela, tanto che l' altro giorno compariva come una diva nell' immagine istituzionale e promozionale della Fieracavalli di Verona, quasi abbracciata a un bel baio.

Anche l' allora ministro della Salute Livia Turco, d' altra parte, voleva istituire una «task-force» - altro termine che di solito cela crudelissime esaltazioni - contro junk-food, contro l' alcol e perfino contro l' innocente, ma vilipesa «sedentarietà». E anche qui si avvertiva un vago sentore di ginnastiche coatte, esercizi fisici, salti nel cerchio e prodezze varie.

Vero è che, seguendo le indicazioni di Foucault, la microfisica del potere non conosce limiti, specie sui corpi. Per cui due anni orsono un' intera classe politica si è sembrata appassionarsi alla questione delle taglie degli abiti da donna, se 38, o 40, o 42, o 44, senza che molto poi concretamente sia mutato.

Il tratto curioso, anzi strambo, qui in Italia, è semmai l' intensa disinvoltura, l' allegra approssimazione, il sereno arbitrio con cui i potenti lanciano le loro belle idee, e per 24 ore le difendono pure dai dardi del disfattismo, sapendo benissimo che mai troveranno sfogo nella realtà; e presto, prestissimo evaporeranno anche dalla testa dei cittadini.

Chi si ricorda della «destagionalizzazione» con la quale il vicepremier Rutelli provò a convincere gli italiani della bontà di non andare in ferie d' estate? E chi mai sentirà il bisogno di dare inizio alle lezioni con la musica di Fratelli d' Italia, come avrebbe voluto il ministro Mastella? Sembra di rammentare che in un empito di sgangherato patriottismo ci fu chi propose anche l' alzabandiera.

Ma come per la pausa pranzo del ministro Rotondi, che non la fa più da anni, il rischio è che tutto si fa uguale nella sua diversità; e magari d' estate, passeggiando sulla battigia, capita pure di rimpiangere la proposta del ministro Publio Fiori che invano cercò di vietare il gioco dei racchettoni.

martedì 17 novembre 2009

Pensieri erraBondi

.
.
Da tenero poeta a castigamatti - La parabola di Sandro , l' ex buono
di Filippo Ceccarelli - da La Repubblica del 14/11/2009

Di solito si tende a sottovalutare l'effetto del potere sulle persone. Con tale innocua premessa, tanto più in un'epoca nella quale spesso e volentieri gli aspetti umani prevaricano la politica, la notizia è che il ministro Bondi sembra di colpo diventato cattivo. Molto cattivo: e l'articolo sul Foglio di ieri, con quella impalcatura tardo-ideologica montata ad arte per collocarvi poi offese generali e personalizzatissimi risentimenti, ne rappresenta la più disagevole conferma.

A volersi dimostrare altrettanto cattivi, cosa abbastanza facile, e anche senza infierire su quell'altro sintomo rivelatore che negli uomini mutati dal comando è l'ipertrofia dell'ego - "E invece io", "e intanto io" - l'immagine che si fa largo leggendo e rileggendo l'intemerata bondiana contro Vittoria Mezzogiorno e Massimo Ranieri è quella di un celebre film: "Fracchia la belva umana".

Ma l'auspicio e anzi la speranza è che, proprio perché ministro, il mite e tenero Bondi smetta di ruggire e riacquisti al più presto quel suo sorriso malinconico che accompagna "la mia persona", dice lui, anche quando versa lacrime alla scuola quadri di Gubbio, o davanti alla tomba terremotata di Celestino V.

Ma di recente si è anche commosso, il titolare dei Beni Culturali, quando la concorrente Daniela ha dovuto abbandonare la casa del Grande Fratello 7 o 8. Forse davvero un caso di antagonismo mimetico.

Vai a sapere quale diavolo l'ha cambiato fino al punto di mancare di rispetto con Napolitano: cercava la Bellezza, Bondi, tendeva la mano al professor Asor Rosa, si addolorava per un giornalismo "che si alimenta dell'odio", invocava buone notizie dai tg. E siccome bene o male apparteneva alla sfera dei potenti si raccontava e ri-raccontava piccolo emigrante, e ballava il liscio davanti ai fotografi, felice come un bimbo, e aveva così tanta paura di volare che l'Alitalia gli fece perfino un training; e anche dal dentista non voleva andare, e s'innamorava di una commessa della Camera, e sudava - oh, quanto sudava, notò un giorno il Cavaliere - quando c'era la Brambilla.

Un altro giorno, era il 2006, entrò pure in sciopero della fame: contro la legge Gentiloni, che peraltro non aveva alcuna probabilità di essere approvata, ma Bondi smise lo stesso di mangiare e fu ricoverato all'ospedale di Lucera (Fg), patria di Bonghi, Salandra e Gaetano Gifuni.

Ecco. Dov'è più il delicato poeta che scriveva "per colmare la lontananza di mia moglie e di mio figlio"? Che crudeltà sfogliare i rotocalchi con il senno di poi. C'è un servizio di Oggi , un servizio niente affatto ironico, in cui egli compare pensieroso, con il taccuino e la penna d'oca in mano, sotto un busto di Dante Alighieri, all'aperto. Scriveva affettuosi e morbidi versi, per la commessa e per la dentista, per Veltroni e Bibi Ballandi, ma la vena più impetuosa, ardente, idolatrica, misticheggiante, scorreva innanzitutto per Lui, e quindi per i Suoi, come dimostrano i componimenti per mamma Rosa, Veronica, la mitica segretaria Marinella, e poi per Letta e Dell'Utri, rimpinzati di maiuscole nella lectura Bondis.

In un quadro di riemersioni arcaiche nell'ambito del potere, nessuno più dell'ex mite ministro ha contribuito al pieno ripristino dell'agiografia, dell'apologetica e della poesia encomiastica, appunto, e cortigiana. Mentre il saggio "Il sole in tasca" (Mondadori) vira piuttosto verso la teologia del potere, con le dovute implicazioni di messianismo, trascendenza e predestinazione. Sul tutto, foto del Cavaliere in cornice d'argento girate opportunamente verso il visitatore e le telecamere; comunicati che cominciano "Grazie, presidente Berlusconi"; e così vistosa e insistita gratitudine al momento del giuramento da indurre il neo presidente del Consiglio a congedare Bondi con un segno della mano, ecco, sì, va bene, basta così, vai, vai.

Anche per questo ieri si restava sgomenti nel leggere quegli insulti di servilismo distribuiti con tanta disinvoltura ai "commedianti ". Ma come? C'è un libro, niente affatto antiberlusconiano, in cui lui stesso racconta come un giorno, su convocazione giunta alle due del pomeriggio, si è presentato a palazzo per fare da quattordicesimo commensale - e aveva già pranzato. Perché qui le idealità si saranno pure smarrite, e a nessuno piace fare lo psicologo: però proiettare ciò che si ha dentro sul prossimo si può anche capire. Ma buttarglielo addosso dall'alto pare veramente un po' troppo.

sabato 14 novembre 2009

Min(z)culpop

.






--------------------------------------

E' scoppiata la guerra civile televisiva
di Edmondo Berselli (5/10/2009)

Una volta alla Rai c' era la lottizzazione. Era il metodo più efficace per assicurare l' equilibrio frai partiti. Un sistema matematico ferreo, una specie di inesorabile manuale Cencelli applicato alle assunzionie alle nomine di appartenenza, agli spazi e ai tempi per i partiti. Non è il caso di rimpiangere i bilancini e gli equilibrismi di quella che fu definita da Pietro Scoppola la «Repubblica dei partiti».

Tuttavia non si può neppure apprezzare, e anzi è decisamente intollerabile, la guerra civile televisiva che siè aperta di recente, per decisione unilaterale: con il primo editoriale di Augusto Minzolini, il direttore neonominato che ritenne opportuno apparire in video per spiegare il silenzio del Tg1 sullo scandalo della prostituzione di regime (con la giustificazione che non c' erano elementi di rilievo giudiziario, e quindi si trattava semplicemente di "gossip", come ripetono all' unisono tutti gli esponenti della destra).

E poi con il nuovo intervento del medesimo direttore del Tg1 contro la manifestazione di Piazza del Popolo per la libertà di stampa, qualificata come una iniziativa volta a instaurare «un inaccettabile regime mediatico».

Di quale regime mediatico si tratti, in un paese che vede il dominio diretto o indiretto del premier sul sistema televisivo e su un ampio settore dell' informazione stampata, è difficile dire.

Tuttavia siamo abituati da tempo alle distorsioni e alle manipolazioni della maggioranza politica. È la tipica tecnica che si riassume nell' immagine popolare del "bue che dà del cornuto all' asino". Metodo infallibile se ripetuto e ribadito con regolarità, e senza possibilità di smentita.

Mentre al contrario sarebbe il caso di parlare della combinazione nefasta fra l' apertura delle ostilità da posizioni di forza e la militarizzazione blindata delle funzioni di potere nella televisione pubblica: per intenderci quella che viene sostenuta in larga misura dal canone, pagato dalla generalità dei cittadini, e che in quanto tale, come ha rilevato ieri anche il comitato di redazione della Rai, deve rappresentare tutti, e qualsiasi posizione, anche quelle di coloro che vanno in piazza a protestare in nome della libertà dell' informazione.

Il Tg1, sempre nelle parole del Cdr, è un organo di informazione «istituzionale». È chiamato a dare voce a tutti. Figurarsi: dalla fine degli anni Sessanta in poi il nostro paese ha conosciuto una quantità impressionante di manifestazioni di massa. Partiti di opposizione e sindacati hanno trovato spesso nella piazza quelle possibilità di espressione che sembravano inibite da una politica bloccata. Se i direttori dei tg "di maggioranza" avessero dovuto intervenire a seguito di ogni protesta sociale o sindacale sgradita all' ispirazione politica del loro editore di riferimento, avremmo avuto un sistema televisivo brezneviano.

Invece il regime cinquantennale e dolce della Dc e dei suoi alleati si preoccupava di filtrare la realtà sociale italiana in modo da farne emergere il "pluralismo": il sistema doveva essere eterno ma morbido, modellato sui numeri della proporzionale, infallibile nella sua capacità rappresentativa.

Non è una inutile nostalgia per le felpate scaltrezze del passato registrare che oggi stiamo assistendo a continue dichiarazioni di guerra dei potenti contro i più deboli, della maggioranza contro la minoranza, del governo contro l' opposizione, senza nemmeno le diplomazie lambiccate della lottizzazione. Non per nulla, Minzolini definisce «intolleranti» tutti coloro, a cominciare dal Cdr e dal sindacato della Rai, che criticano la sua sortita. Ciò significa semplicemente che anche la Rai si è trasformata nello strumento esplicito di un' offensiva politica.

E questo avviene con i metodi ampiamente sperimentati dalla destra di casa nostra: individuando i "nemici", selezionandoli ed esponendoli alla gogna (come per esempio ha fatto il premier alla festa del Pdl, con il suo triplice «vergogna» verso presunte e impresentabili opposizioni che festeggerebbero gli attentati dei Taliban contro i nostri militari a Kabul).

Ora, va da sé che la Rai non è un santuario di virtù. È sempre stata la rappresentazione più completa e precisa del potere in Italia. Forse proprio per questo oggi rischia di divenire l' immagine allo specchio di una politica brutale, che non conosce più mediazioni, né nobili né ignobili, e che anzi usa l' informazione pubblica per alimentare strumentalmente i conflitti. È l' effetto di un sistema maggioritario interpretato in modo violento, di un conflitto d' interessi che non finisce di deformare la democrazia, di una manipolazione mediatica che alla fine umilia l' opinione pubblica. Tutto ciò costituisce la conseguenza più clamorosa e invasiva del populismo berlusconiano, che si realizza nell' occupazione sistematica di ogni spazio politico e civile.

La Rai e i suoi circuiti di potere interno tendono a rappresentare la politica nella sua identità più immediata. Se poi ci si mette la spregiudicatezza degli uomini del Cavaliere, altro che finzioni istituzionali, altro che servizio pubblico, sarà il trionfo dell' interesse privato.

lunedì 9 novembre 2009

I pupazzi

Propongo un gioco: in palio ricchi premi per chi riesce a distinguere chi sia il vero pupazzo nel video!

domenica 25 ottobre 2009

Forever sarà (Gasp!)



'Silvio forever sarà, Silvio è genialità' - Il culto della personalità diventa canzone di Filippo Ceccarelli (da "La Repubblica" del 30/9/2009)

"C'È UN presidente/ sempre presente,/ che ci accompagnerà! ". Il coro del magnificat berlusconiano si leva solenne e ispirato mentre sullo schermo compare Lui fra le rovine d'Abruzzo, lui che dà ordini ai pompieri, lui con Obama, lui che saluta la folla, lui che dà le case ai terremotati, in un tripudio di bandiere del Pdl: "Siamo qui per te,/ cuore e anima,/ un'unica voce:/ Silvio grande grande è!".

Musica del maestro Pino di Pietro, testo di Loriana Lana, paroliera preferita di Silvio. Il quale Silvio, oltre a essere "grande grande", come garantisce l'inno che fa da colonna sonora alla campagna (riequilibratrice) per il Nobel della pace a Berlusconi, risulta pure destinato in un altro canto a durare per sempre, anzi "forever". E quindi ecco che parte una specie di litania del santissimo nome, ma in forma di marcetta: "Silvio forever sarà,/ Silvio realtà,/ Silvio per sempre!/ Silvio fiducia ci dà,/ Silvio per noi/ passato e presente!".

Qui in effetti la canzone, come del resto il videoclip che lo accompagna in prolungata festa di bimbi, scolaresche e nonnetti felici di stare con il premier, ha mutato target e fa chiaramente il verso a Cristina D'Avena. Ma il testo continua in modo piuttosto impegnativo: "Nobile e giusto,/ Tu ci piaci per questo,/ Sei il pensiero che ci guiderà!/ Il sogno riparte da qua,/ diventa realtà,/ perché Silvio.../ Silvio forever sarà!".

Vero è che Napoleone ebbe dedicata la sinfonia Nr 3, Opus 55, detta l'Eroica, da Ludwig Van Beethoven. Però nel suo piccolo Loriana Lana, già coautrice di "A tempo di rumba" con il Cavaliere e Apicella, segnala pur sempre una svolta nelle modalità espressive del potere e dei suoi orizzonti: "Un popolo di libertà/ la musica va,/ un unico canto:/ il mare attraverserà,/ ovunque sarà/ portato dal vento:/ Silvio è il carìsma che ha,/ il leader che sa,/ la genialità... ".

Ecco, il prodotto è quello che è e se ne può anche ridere, vedi le diverse parodie che circolano sulla rete. Così come è obiettivamente buffo che persino nelle festicciole a Palazzo Grazioli le gentili e graziose ospiti salutassero i video sui trionfi berlusconiani o sulle meraviglie di Villa La Certosa facendo la ola al canto di "Meno male che Silvio c'è".

Tale composizione, vero inno ufficioso risuonato in forma di jingle al congresso fondativo del Pdl ogni volta che entrava in sala il Cavaliere, precede in realtà di diversi anni la produzione celebrativa di Loriana Lana e si deve al cantante Andrea Vantini, da Pescantina, in provincia di Verona, che lo compose con il titolo "A Silvio", nel 2002, dopo aver assistito indignatissimo a una trasmissione di Santoro. Nel 2008, su indicazione del sottosegretario Brancher, Vantini offrì per intero la sua creatura al Cavaliere, che tenne la musica e riscrisse o fece riscrivere il testo comunque accentuando l'ispirazione in senso d'intimità per così dire fideistica.

Per esempio, là dove Vantini cantava "Viva l'Italia,/ l'Italia che ha scelto/ di credere un po'/ a questo sogno", è saltato "un po'", sostituito da "credere ancora" al "Sogno", maiuscolo, che sistematicamente ricorre come dogma nel pop-messianismo berlusconiano, e sempre in rapporto alla sicura ed imminente trasformazione in realtà.

Si può dunque scherzare, di tutto questo, ma la faccenda è forse più seria di quel che sembra e di come suona. Si sa. Nell'edificazione del culto della personalità la musica gioca da sempre, in quanto macchina emotiva, un ruolo di grande rilievo. Vedi i cori della Germania nazista, le canzoni per Stalin o gli inni cantati dalle guardie rosse: "Ti pensiamo ogni minuto,/ stimato presidente Mao".

Ma al giorno d'oggi, tanto più quando si sposa con le immagini nei videoclip, questo tipo di musica disvela con una certa chiarezza il suo intento più riposto e camuffato, l'obiettivo primo e ultimo della tecnica del potere: la sacralizzazione del leader.

Al netto di opportunismi cortigiani, ritrovati commerciali e megalomanie trionfalistiche, nel caso di Berlusconi, anzi di Silvio, "grande" e ancora "grande", e "nobile", "giusto", "geniale", "onnipresente", "carismatico", "sapiente" e via salmodiando, appare chiaro che si tratta in ogni caso di una sacralizzazione light, un'apoteosi morbida e incompiuta, un'idolatria segnata dai moduli del consumo e della pubblicità.

Ma questo non impedisce affatto che egli disdegni questo consenso che si fa culto di se stesso; qualcosa che a volte giudica in pubblico "imbarazzante", ma si vede benissimo che per lui non lo è, è anzi spunto di piacere.

La divinizzazione, d'altra parte, gli conviene se non altro perché giustifica a priori qualunque cosa egli faccia. E comunque. Era da un po' che in Italia non risuonava il nome di un leader vivente in qualche inno o canzone. Neanche De Gasperi o Togliatti, per intendersi, né Fanfani o Berlinguer ebbero questo "privilegio". Ecco. L'attuale premier compare con il suo nome di battesimo in ben tre testi, e in contemporanea. Può essere un caso, ma anche un indizio - l'ennesimo, per la verità - di una stagione politica che non riconosce più tanto la democrazia, ma torna a inseguire una sorta di trascendenza dal basso fatta di miti, simboli, cantici, effervescenze.
Sembra passata un'epoca dal primo inno di Forza Italia: "Forza, alziamoci,/ il futuro è aperto, entriamoci./ E le tue mani unite alle mie,/ energie per sentirci più grandi/ grandi".
E la ricerca, per non dire la mania di grandezza c'era tutta già allora , ma dal "noi", in parole e musica si è inesorabilmente passati al "Lui", con tutti i rischi che ne derivano .

sabato 17 ottobre 2009

Senza parole

L'esempio di comicità involontaria più divertente della storia!!! Ma allo stesso tempo un pauroso caso di manipolazione orwelliana dell'informazione ... Si noti, fra una palata di spazzatura televisiva e l'altra, la frase "Alle sue stravaganze, in realtà siamo già abituati...".

mercoledì 16 settembre 2009

Just a joke!(?)

Un mirabile esempio di comicità involontaria in un filmato di qualche annetto fa...

Si notino gli applausi scroscianti della folla, sempre pronti a partire quando le frasi di Berlusc... OPS! Intendevo... Quando ancora le frasi di Mussolini, pronunciate a metà, non hanno ancora acquisito un senso compiuto.

"Il popolo italiano avrà quindi il pane necessario alla sua vita, ma se anche gli fosse mancato non si sarebbe mai, dico mai...

[APPLAUSO E OVAZIONI DEL TUTTO A SPROPOSITO]

...mai piegato a sollecitare un aiuto qualsiasi dalle cosidette...

[PARTONO ANCORA INTEMPESTIVAMENTE ALTRI APPLAUSI ED ALTRE OVAZIONI]

dalle cosidette demoplutocrazie!".

Sembra quasi di assistere a quello scherzo scemo cui si sottopongono gli amici che pronunciano un discorso in qualche occasione importante o gli zii che fanno i brindisi a tavola... :oP

Il popolo italiano... Un popolo di burloni!

(sè, magari!)

martedì 24 febbraio 2009

Impara l'arte!

Non so voi, ma a me questo tizio fa crepare di risate! Altro che Vittorio Sgarbi... :oP
Ma ATTENZIONE! Suonano ancora le sirene... Ih ih ih ih!