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sabato 14 novembre 2009

Min(z)culpop

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E' scoppiata la guerra civile televisiva
di Edmondo Berselli (5/10/2009)

Una volta alla Rai c' era la lottizzazione. Era il metodo più efficace per assicurare l' equilibrio frai partiti. Un sistema matematico ferreo, una specie di inesorabile manuale Cencelli applicato alle assunzionie alle nomine di appartenenza, agli spazi e ai tempi per i partiti. Non è il caso di rimpiangere i bilancini e gli equilibrismi di quella che fu definita da Pietro Scoppola la «Repubblica dei partiti».

Tuttavia non si può neppure apprezzare, e anzi è decisamente intollerabile, la guerra civile televisiva che siè aperta di recente, per decisione unilaterale: con il primo editoriale di Augusto Minzolini, il direttore neonominato che ritenne opportuno apparire in video per spiegare il silenzio del Tg1 sullo scandalo della prostituzione di regime (con la giustificazione che non c' erano elementi di rilievo giudiziario, e quindi si trattava semplicemente di "gossip", come ripetono all' unisono tutti gli esponenti della destra).

E poi con il nuovo intervento del medesimo direttore del Tg1 contro la manifestazione di Piazza del Popolo per la libertà di stampa, qualificata come una iniziativa volta a instaurare «un inaccettabile regime mediatico».

Di quale regime mediatico si tratti, in un paese che vede il dominio diretto o indiretto del premier sul sistema televisivo e su un ampio settore dell' informazione stampata, è difficile dire.

Tuttavia siamo abituati da tempo alle distorsioni e alle manipolazioni della maggioranza politica. È la tipica tecnica che si riassume nell' immagine popolare del "bue che dà del cornuto all' asino". Metodo infallibile se ripetuto e ribadito con regolarità, e senza possibilità di smentita.

Mentre al contrario sarebbe il caso di parlare della combinazione nefasta fra l' apertura delle ostilità da posizioni di forza e la militarizzazione blindata delle funzioni di potere nella televisione pubblica: per intenderci quella che viene sostenuta in larga misura dal canone, pagato dalla generalità dei cittadini, e che in quanto tale, come ha rilevato ieri anche il comitato di redazione della Rai, deve rappresentare tutti, e qualsiasi posizione, anche quelle di coloro che vanno in piazza a protestare in nome della libertà dell' informazione.

Il Tg1, sempre nelle parole del Cdr, è un organo di informazione «istituzionale». È chiamato a dare voce a tutti. Figurarsi: dalla fine degli anni Sessanta in poi il nostro paese ha conosciuto una quantità impressionante di manifestazioni di massa. Partiti di opposizione e sindacati hanno trovato spesso nella piazza quelle possibilità di espressione che sembravano inibite da una politica bloccata. Se i direttori dei tg "di maggioranza" avessero dovuto intervenire a seguito di ogni protesta sociale o sindacale sgradita all' ispirazione politica del loro editore di riferimento, avremmo avuto un sistema televisivo brezneviano.

Invece il regime cinquantennale e dolce della Dc e dei suoi alleati si preoccupava di filtrare la realtà sociale italiana in modo da farne emergere il "pluralismo": il sistema doveva essere eterno ma morbido, modellato sui numeri della proporzionale, infallibile nella sua capacità rappresentativa.

Non è una inutile nostalgia per le felpate scaltrezze del passato registrare che oggi stiamo assistendo a continue dichiarazioni di guerra dei potenti contro i più deboli, della maggioranza contro la minoranza, del governo contro l' opposizione, senza nemmeno le diplomazie lambiccate della lottizzazione. Non per nulla, Minzolini definisce «intolleranti» tutti coloro, a cominciare dal Cdr e dal sindacato della Rai, che criticano la sua sortita. Ciò significa semplicemente che anche la Rai si è trasformata nello strumento esplicito di un' offensiva politica.

E questo avviene con i metodi ampiamente sperimentati dalla destra di casa nostra: individuando i "nemici", selezionandoli ed esponendoli alla gogna (come per esempio ha fatto il premier alla festa del Pdl, con il suo triplice «vergogna» verso presunte e impresentabili opposizioni che festeggerebbero gli attentati dei Taliban contro i nostri militari a Kabul).

Ora, va da sé che la Rai non è un santuario di virtù. È sempre stata la rappresentazione più completa e precisa del potere in Italia. Forse proprio per questo oggi rischia di divenire l' immagine allo specchio di una politica brutale, che non conosce più mediazioni, né nobili né ignobili, e che anzi usa l' informazione pubblica per alimentare strumentalmente i conflitti. È l' effetto di un sistema maggioritario interpretato in modo violento, di un conflitto d' interessi che non finisce di deformare la democrazia, di una manipolazione mediatica che alla fine umilia l' opinione pubblica. Tutto ciò costituisce la conseguenza più clamorosa e invasiva del populismo berlusconiano, che si realizza nell' occupazione sistematica di ogni spazio politico e civile.

La Rai e i suoi circuiti di potere interno tendono a rappresentare la politica nella sua identità più immediata. Se poi ci si mette la spregiudicatezza degli uomini del Cavaliere, altro che finzioni istituzionali, altro che servizio pubblico, sarà il trionfo dell' interesse privato.

martedì 17 marzo 2009

Berlusconeide

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Un' analisi del panorama politico italiano attuale + un' interessantissima psicopatologia delle pulsioni antidemocratiche berlusconiane, entrambe a firma di Edmondo Berselli.

L'illusione al potere
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La forza del governo è l'assenza di una linea politica, sostituita da ricette e idee estemporanee. Berlusconi e il centrodestra non rappresentano infatti alcuna ideologia
di Edmondo Berselli (L'Espresso, 12/03/2009)

Sarà la consapevolezza per cui è lunghissimo il tempo necessario prima di avere a disposizione una rivincita elettorale. Sarà pure la sensazione che l'opposizione è in difficoltà permanente, perché nulla nuoce alle forze politiche, in questa tarda modernità dove si conta molto o non si conta nulla, più dello stare fuori dal circuito del potere. Ma il sospetto che circola è che la società italiana si stia abituando a Silvio Berlusconi, e al suo stile di governo, ciò che va sotto il nome di berlusconismo.

Adesso lo si è capito: Berlusconi e i suoi uomini non rappresentano nessuna ideologia o linea culturale. Il liberismo sbandierato a lungo è diventato un antiliberismo cauteloso, gestito soprattutto dall'abilità di Giulio Tremonti, un maestro nell'instillare negli altri, alleati e avversari, acuti complessi di inferiorità. In questi ultimi tempi, la statura politica di Tremonti è molto aumentata, la sua capacità di descrivere l'andamento della crisi lo ha reso più credibile, e anche alcuni suoi provvedimenti, come i Tremonti bond, nonostante alcuni limiti tecnici difficilmente comprensibili, legati a un tasso d'interesse troppo elevato per le banche, sono apparsi una risposta significativa alla crisi del credito.

Non conta che le doti predittive del ministro dell'Economia siano state contraddette dalle sue misure empiriche (tipo la tassazione sui sovraprofitti delle banche, la Robin Tax, che ora ha assunto un risvolto grottesco). In questo momento la forza del berlusconismo è rappresentata dalla sua sostanziale assenza di linea politica.

Soltanto con sforzi analitici immani sarebbe possibile ricostruire la girandola di provvedimenti veri e presunti che dovrebbero avere movimentato risorse per reagire alla crisi economica. Tanto per dire, la crisi è stata a lungo negata. Poi minimizzata. Attribuita ai processi "autoavverantisi" della comunicazione globale. Adesso, mentre tutto il mondo cerca soluzioni per fare riprendere la circolazione del sangue nel corpo irrigidito del capitalismo tardomoderno, qui da noi Berlusconi ha lanciato un progetto di sostanziale liberalizzazione dell'edilizia, basato sul principio di buon senso antico secondo cui "quando va bene l'edilizia va bene anche tutto il resto".

Se si tratti di un provvedimento salutare lo diranno gli economisti, e se si tratti di un rischio di totale cementificazione del Paese lo chiariranno gli ambientalisti e i tecnici. Nel frattempo però non può sfuggire l'idea che siamo in presenza di una vera e propria invenzione estemporanea: di quelle idee che si formulano di solito nei bar, dove c'è sempre qualcuno che possiede la formula per risolvere problemi estremamente complessi con soluzioni infinitamente semplici.

Semplici sono le soluzioni di Berlusconi, le formule della Gelmini, le ricette di Brunetta. È probabile che non ne funzionerà neanche una, così come non ha funzionato l'invenzione paternalistica della social card, fallita in una serie di traversie tecniche e demografiche. Ma nello stesso tempo si ha l'impressione che proprio la sostanziale mediocrità operativa del governo e dei ministri risulti ben accetta a una parte consistente dell'opinione pubblica.Il governo usa infatti la tecnica manzoniana del 'troncare e sopire', addormenta i conflitti, li orienta verso obiettivi facilmente identificabili come la Cgil, rassicura a parole e con il controllo sempre più stretto della televisione.

Trasmette un messaggio che dice: "Va tutto quasi bene". Il governo lavora, progetta riforme straordinarie, "e grazie alla deflazione gli italiani hanno nel portafogli qualche euro in più". Poi la crisi diventerà più acuta, le riforme straordinarie risulteranno un papocchio, e la crisi si farà sentire di brutto. Ma a meno di catastrofi sociali non augurabili, il consenso non ne risentirà, perché a Berlusconi è riuscita l'operazione di accorpare intorno al Pdl la vecchia Italia corporativa, che non desidera cambiamenti e anzi li teme.

Per scalzare il consenso del blocco berlusconiano ci vuole una fantasia e una forza politica che il Pd non ha. Detto con parole più ottimistiche: non ha ancora.

Ma per risultare minimamente competitivo, il Pd deve formulare un progetto semplice e moderno, capace di mobilitare il consenso dei propri elettori (anche dei delusi, i senza patria, gli esuli, come li ha chiamati Ilvo Diamanti su 'Repubblica') e di parlare a tutto il Paese. Se il centrosinistra non riesce a offrire un'idea alternativa di società, e un'idea convincente, Berlusconi vincerà sempre a mani basse. Perché a sinistra si è sempre scommesso sull'esistenza possibile di un'Italia migliore. Mentre ogni giorno che passa Berlusconi dice agli italiani: "Lo vedete, sono uno di voi".

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PARLAMENTO DI ANIME MORTE
di Edmondo Berselli (La Repubblica, 11/03/2009)

ECCOLA la democrazia berlusconica, cioè la democrazia supersonica. Davanti all' assemblea dei deputati del Pdl, il premier ha chiarito quali sono le riforme istituzionali a cui tiene.

Liquidare i regolamenti parlamentari «inadeguati», riassumere il voto dei singoli nel voto dei capigruppo, in modo da procedere indisturbati all' approvazione delle leggi. Senza dibattiti, con il voto perlopiù nelle commissioni, e l' aula che si riduce a un coro muto.

Il governo decide, e le anime morte guardano. Questa sarebbe la modernità. Una modernità spettrale e per ora solo berlusconiana, dal momento che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, poco dopo avere candidato informalmente il premier al Quirinale, ha liquidato con freddezza il nuovo numero del capo del governo.

Ma anche quest' altra sortita del premier, esposta fra storielle di vita vissuta, scherzi sulla sua età, accenni ridenti alle fidanzate del ministro Frattini, inni alla libertà e all' ottimismo, rappresenta un segnale fin troppo chiaro di quale sia la concezione della democrazia nella versione di Berlusconi.

Dunque, efficienza, rapidità, tempestività. Ma non si avverte un sentore, altro che di modernità, di procedure rudimentali, un che di medievalee imperfetto, di corporativo e di vincolante, tutto a scapito delle libere decisioni dei rappresentanti della nazione (per il momento, a rigor di Costituzione, eletti senza vincolo di mandato)?

Sotto questa luce, è inutile perfino addentrarsi nelle tecnicalità, e discutere ad esempio su come si potrebbe svolgere nei fatti il voto in dissenso, e immaginare invece quali forzature si prospetterebbero sulla libertà e la volontà dei singoli nel giudizio parlamentare dei provvedimenti.

Occorre piuttosto prendere atto che Berlusconi persegue un suo disegno di svuotamento delle istituzioni e di restringimento di tutte le sedi di discussione. Lo si era avvertito nei giorni del caso Englaro, con le minacce sul «tornare al popolo» per farsi concedere la possibilità di governare per decreto.

Da tempo circolano voci e sussurri sull' intenzione berlusconiana di cercare il pretesto per una nuova e plebiscitaria investitura elettorale. Ma in realtà non passa giorno senza che affiori un' intenzione tesa al ridimensionamento della rappresentanza. Quindi fra i sorrisi e gli scherzi di ieri si avverte in realtà la violenza di un nuovo strappo, che si aggiunge ai precedenti, e configura un' idea di democrazia tanto suggestiva per il decisionismo berlusconiano e quanto inquietante per tutti gli altri.

Il capo plebiscitato da un popolo "mediatizzato" emana ordini, una sorta di gabinetto consortile dà forma alle leggi, un parlamento anonimo, possibilmente dimezzato negli organici, approva attraverso l' inchino dei suoi rappresentanti. Altro che modernità. Questo è l' ancien régime. Un potere indiscusso che presiede una forma di rappresentanza premoderna, dai diritti depotenziati.

Gli effetti dell' attacco berlusconiano, ora strisciante ora conclamato, sono già prevedibili. In primo luogo risulterà impresentabile qualsiasi progetto di riforma costituzionale, perché anche i cambiamenti in apparenza più ragionevoli, come l' eliminazione del bicameralismo e la riduzione dei parlamentari, si iscriverebbero comunque del disegno voluto da Berlusconi. Allora arriveranno altri strappi, altre lacerazioni, presentate ogni volta sotto il vessillo della razionalità, e brandite provocatoriamente contro l' immobilismo altrui.

Ecco perché nel frattempo si dovrà guardare con serietà e preoccupazione alle elezioni europee. Un altro sfondamento berlusconiano preparerà il terreno a ulteriori «pulsioni autoritarie», come le hanno definite nel Pd. Converrà allora essere consapevoli di quale posta Berlusconi ha messo sul tappeto. Perché, ridendo e scherzando, ci si gioca la qualità democratica della Repubblica.