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martedì 9 febbraio 2010

Un porco, un delinquente

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Il caso Zapatero, oggi in drastica caduta di popolarità, ricorda una classica barzelletta che furoreggiava nell’Urss di Brezhnev.

Il segretario del Pcus visitava una scuola e chiedeva agli studenti opinioni sui suoi predecessori. Stalin? “Un porco, un deliquente”. Bravi.

Kruscev? “Un porco, un deliquente”. Ottimo.

E Breznev?, chiedeva sorridendo malizioso. “Un porco, un deliquente” rispondevano gli scolari. Come?!?!

Ci scusi, ci scusi, compagno segretario, balbettava la professoressa imbarazzatissima, ma sono tanto bravi che mi ero portata avanti col programma.

Consiglio disinteressato: mai innamorarsi di un leader politico, idealizzarlo o beatificarlo. Spesso basta avere un poco di pazienza e le opinioni su di lui o lei cambiano. Vorrei essere abbastanza giovane per vedere per esempio quanti berlusconiani resteranno quando l’Amato Leader sarà assunto in cielo. Berlusconiano, io? Ma quando mai.

da "Tempo Reale, il blog del direttore" di Vittorio Zucconi - 9/02/2010

lunedì 8 febbraio 2010

Il processo come lotta e come punizione nel medioevo

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(...) quaestio come supplizio di verità. Prima di tutto la quaestio non è un mezzo per strappare la verità a qualunque costo; non è la tortura scatenata degli interrogatori moderni; è crudele, certo, ma non selvaggia. Si tratta di una pratica che ha le sue regole, che obbedisce ad una procedura ben definita; momenti, durata, strumenti utilizzati, lunghezza delle corde, pesantezza dei pesi, numero dei cunei, interventi del magistrato che interroga, tutto questo, secondo le differenti consuetudini, è accuratamente codificato.

La quaestio è un gioco giudiziario rigoroso. E, a questo titolo, al di là delle tecniche dell'Inquisizione, si riallaccia alle antiche prove che avevano luogo nelle procedure accusatorie: ordalie, duelli giudiziari, giudizi di Dio.

Tra il giudice che ordina la quaestio e il sospettato che è torturato si svolge ancora quasi una sorta di combattimento cavalleresco; il "paziente" - è il termine con cui si designa il suppliziato - è sottomesso ad una serie di prove, graduate in severità, e nelle quali egli vince "tenendo" e perde confessando.

- Il primo grado del supplizio era lo spettacolo degli strumenti. Ci si limitava a questo stadio per i bambini ed i vecchi di più di settant'anni. -

Ma il giudice non impone la quaestio senza correre, da parte sua, dei rischi (e non è solo il pericolo di vedere morire il sospettato); egli pure mette nella partita una posta, gli elementi di prova che ha già riuniti; poichè la regola vuole che se l'accusato "tiene" e non confessa, il magistrato sia costretto ad abbandonare l'accusa. Il suppliziato ha vinto.

Di qui l'abitudine che era stata introdotta per i casi più gravi, d'imporre la quaestio "con riserva di prova": in questo caso il giudice poteva, dopo le torture, far valere le presunzioni che aveva riunite; l'accusato non veniva scagionato dalla sua resistenza, ma perlomeno doveva alla sua vittoria di non poter più essere condannato a morte. Il giudice teneva in mano tutte le sue carte, salvo la principale. Omnia citra mortem.

Di qui la raccomandazione spesso rivolta ai giudici di non sottomettere alla quaestio un sospetto sufficientemente carico di prove, per i crimini più gravi, poichè se avesse resistito alla tortura, il giudice non avrebbe più avuto il diritto di infliggergli la condanna a morte, che tuttavia meritava; in questo scontro, la giustizia sarebbe stata perdente: se le prove sono sufficienti "per condannare un tal colpevole a morte", non bisogna "azzardare la condanna alla sorte ed all'avvenimento di una quaestio, sentenza provvisoria che spesso non conduce a niente; poichè infine è proprio della salute e dell'interesse pubblico fare degli esemi di crimini gravi, atroci, capitali."

Sotto l'apparente ricerca accanita di una verità non maturata poco a poco, ritroviamo nella tortura classica il meccanismo ben regolato di una competizione: una sfida fisica che deve decidere della verità; se il paziente è colpevole, le sofferenze che essa impone sono ingiuste; ma essa è anche segno di discolpa se egli è innocente. Affrontamento, sofferenza e verità sono, nella pratica della tortura, legate tra loro: lavorano in comune il corpo del paziente. La ricerca della verità per mezzo della quaestio è pur sempre un modo di far apparire un indizio, il più grave di tutti - la confessione del colpevole; ma è anche battaglia, ed è la vittoria di un avversario sull'altro che "produce" ritualmente la verità. Nella tortura, per far confessare, c'è inchiesta ma c'è anche duello.

Nello stesso modo vi si mescolano un atto istruttorio ed un elemento di punizione. E non è questo uno dei suoi paradossi minori. Essa viene in effetti definita come un modo per completare la dimostrazione allorchè "Non esistono nel processo prove sufficienti". Viene classificata tra le pene; ed è pena così grave che, nella gerarchia dei castighi, l'Ordinanza del 1670 la inscrive subito dopo la morte. In qual modo una pena può essere impeigata come un mezzo, ci si chiederà più tardi? Come si può far valere a titolo di castigo quello che dovrebbe essere un processo di dimostrazione? La ragione sta nel modo in cui la giustizia criminale, nell'epoca classica, faceva funzionare la produzione della verità.

Le diverse parti della prova non costituivano un tutto come altrettanti elementi neutri, non attendevano di essere riunite in un unico fascicolo per apportare la certezza finale della colpevolezza. Ogni indizio portava con sè un grado di abominio. La colpevolezza non iniziava dopo che tutte le prove fossero riunite; pezzo a pezzo, essa veniva costituita da ciascuno degli elementi che permettevano di riconoscere un colpevole.

Così una semiprova non lasciava il sospettato innocente, finchè non fosse completata: ne faceva un semicolpevole; l'indizio, anche lieve di un crimine grave, segnava qualcuno come "un po'" criminale. In breve, la dimostrazione in materia penale non obbediva ad un sistema dualista: vero o falso; ma ad un principio di graduazione continua: un grado raggiunto nella dimostrazione formava già un grado di colpevolezza e implicava per conseguenza un grado di punizione. Il sospettato, in quanto tale, meritava sempre un certo castigo; non si poteva essere innocentemente oggetto di un sospetto. Il sospetto implicava, nello stesso tempo, da parte del giudice un elemento di dimostrazione, da parte del prevenuto il segno di una certa colpevolezza e da parte della punizione una forma limitata di pena. Un sospettato, che rimanesse tale, non era per questo scagionato, ma parzialmente punito.

Quando si era pervenuti ad un certo grado di presunzione, si poteva dunque legittimamente mettere in gioco una pratica che aveva un doppio ruolo: cominciare a punire in virtù delle indicazioni già raccolte e servirsi di questo inizio di pena per estorcere il resto di verità ancora mancante. La tortura giudiziaria, nel secolo XVIII, funziona in questa strana economia in cui il rituale che produce la verità va di pari passo col rituale impone la punizione. Il corpo interrogato nel supplizio e il punto di applicazione del castigo e il luogo di estorsione della verità. E come la presunzione è solidamente un elemento dell'inchiesta ed un frammento di colpevolezza, la sofferenza regolata dalla tortura è insieme una misura per punire ed un atto istruttorio.

da "Sorvegliare e punire" di Michel Focault

martedì 15 dicembre 2009

Si vis pacem... Et cetera et cetera...

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Il soldato riluttante
di Vittorio Zucconi (da "La Repubblica" del 11/12/2009)


Sta nell'equivoco insidioso tra "pacifico" e "pacifista" la chiave per capire le perplessità e i sarcasmi che hanno accompagnato, in America come nel resto del mondo, la consegna del Nobel per la pace a Barack Obama.

Se il Presidente americano sembra avere tradito le speranze che lui stesso aveva suscitato e avere accettato un riconoscimento che stride con la escalation della guerra in Afghanistan, è perché si vuole ignorare la differenza fondamentale che esiste fra coloro che combattono guerre "per scelta" e coloro che le combattono "per necessità".

È la abissale distanza morale che separa le guerre di Roosevelt in Europa e nel Pacifico, dalle guerre di Johnson e Nixon in Asia, le divisioni di Wilson sacrificate sul fronte francese dalla aggressione nipponica a Pearl Harbor, e che Obama ha riassunto, nell'accettare il premio con modestia ai limiti dell'imbarazzo, in un altro aggettivo chiave: "giusta".

Per la nobile sensibilità del pacifista, quella fra "giusta" e "ingiusta" è una distinzione senza una differenza, essendo ogni guerra per definizione il Male assoluto da respingere. Per la responsabilità dell'uomo pacifico e del guerriero riluttante, le armi sono invece l'ultimo ricorso, quando ogni altro tentativo, se fatto seriamente e non soltanto per predisporsi un alibi propagandistico, è fallito.

Nel confondere Obama con Bush, nel mescolare la tragica ideologia della "democrazia da esportare" laddove aggradi al più forte con la amarissima, sofferta scelta di insistere nell'operazione afghana, troppi osservatori dimenticano, forse in malafede, che l'invasione, l'occupazione e le operazioni di controguerriglia in Afghanistan ebbero, e ancora hanno, la piena e formale sanzione dell'Onu, che riconobbe nel regime Talebano e nella metastasi terroristica da esso ospitata, una minaccia per l'umanità, manifestata nell'ignominia delle Due Torri.

Fu invece soltanto a cose fatte e decise, dopo la stravagante e inedita formula della "coalizione di chi era disposto a starci", costruita su un cumulo di false prove e di dottrine tagliate su misura, che l'Onu diede a malincuore una copertura agli Stati Uniti, quando invasero e occuparono una nazione governata da un regime abominevole, ma estraneo alle trame del fondamentalismo globale.
Qui si spalanca l'equivoco fra "pacifista" e "pacifico". Se la ideologia del pacifismo fosse accettabile, sarebbe Neville Chamberlain, il premier britannico che non osò fermare Hitler per non spezzare la pace formale in Europa, a meritare il Nobel, e sarebbe invece Winston Churchill, colui che utilizzando ogni arma in proprio possesso, rispose ferocemente all'aggressione tedesca, garantendo così due generazioni di pace e di libertà all'Europa occidentale.

Il pacifismo, ben oltre il valore sempre assai discutibile di un premio come questo Nobel che ha coronato discutibili campioni della mitezza come Kissinger, il nordvietnamita Le Duc-Tho o Yasser Arafat, è un lusso che il primo responsabile di una nazione come gli Stati Uniti non si può concedere.

Non quando dal sistema di sicurezza collettiva instaurato dopo il 1945, non per volontà americana ma per il risucchio del suicidio europeo, dipende, ieri nella Guerra Fredda, oggi nella guerra subdola e asimmetrica contro il fanatismo armato, la sopravvivenza di chi agli Usa si è affidato. Scoprendosi, come disse un incontestabile leader della sinistra mondiale, Enrico Berlinguer, "più sicuri" da questa parte.

La scelta di accrescere, e non di smobilitare, l'occupazione dell'Afghanistan, lo scontro contro i neo-Taleban risorti grazie al fallimento della strategia adottata da Bush che aveva sprecato consenso e uomini per abbattere Saddam mentre si ricostituiva al Qaeda, l'estensione delle missioni in territorio pakistano - come Obama aveva sempre annunciato di voler fare - potrà rivelarsi catastrofica o vincente, un nuovo Vietnam o almeno una Corea stabilizzata nella sua suddivisione. Ma Obama è sicuramente dentro la storia e la tradizione e la cultura americana, anche se i sondaggi per il momento lo castigano, nell'accettare la tragica necessità della guerra e nello sfuggire, come fecero Wilson, come Roosevelt, come Truman, alla tentazione dell'isolazionismo e dell'autoesclusione da un mondo che non è più separato da comodi oceani.

Obama è l'uomo tranquillo che non vorrebbe battersi, ma non può accettare la violenza, il sopruso e la minaccia alla nazione che gli si è affidata.

È il leggendario "Sergente York" interpretato nel 1941 da Gary Cooper, strenuo obbiettore di coscienza e pacifista che, costretto in trincea, impara a uccidere e a sconfiggere il nemico. E sa che la strada per ogni pace, pur effimera, è sempre, nel calvario della storia umana, lastricata dalla guerra. Se quello sarà il risultato, questo Nobel sarà stato ben meritato.

sabato 12 dicembre 2009

Si vis pacem para bellum

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Your Majesties, Your Royal Highnesses, distinguished members of the Norwegian Nobel Committee, citizens of America, and citizens of the world:
I receive this honor with deep gratitude and great humility. It is an award that speaks to our highest aspirations -- that for all the cruelty and hardship of our world, we are not mere prisoners of fate.
Our actions matter, and can bend history in the direction of justice.
And yet I would be remiss if I did not acknowledge the considerable controversy that your generous decision has generated.

In part, this is because I am at the beginning, and not the end, of my labors on the world stage. Compared to some of the giants of history who’ve received this prize -- Schweitzer and King ; Marshall and Mandela -- my accomplishments are slight. And then there are the men and women around the world who have been jailed and beaten in the pursuit of justice ; those who toil in humanitarian organizations to relieve suffering ; the unrecognized millions whose quiet acts of courage and compassion inspire even the most hardened cynics. I cannot argue with those who find these men and women -- some known, some obscure to all but those they help -- to be far more deserving of this honor than I.

But perhaps the most profound issue surrounding my receipt of this prize is the fact that I am the Commander-in-Chief of the military of a nation in the midst of two wars.

One of these wars is winding down. The other is a conflict that America did not seek ; one in which we are joined by 42 other countries -- including Norway -- in an effort to defend ourselves and all nations from further attacks.

Still, we are at war, and I’m responsible for the deployment of thousands of young Americans to battle in a distant land. Some will kill, and some will be killed. And so I come here with an acute sense of the costs of armed conflict -- filled with difficult questions about the relationship between war and peace, and our effort to replace one with the other.
Now these questions are not new.
War, in one form or another, appeared with the first man. At the dawn of history, its morality was not questioned ; it was simply a fact, like drought or disease -- the manner in which tribes and then civilizations sought power and settled their differences.
And over time, as codes of law sought to control violence within groups, so did philosophers and clerics and statesmen seek to regulate the destructive power of war. The concept of a « just war » emerged, suggesting that war is justified only when certain conditions were met : if it is waged as a last resort or in self-defense ; if the force used is proportional ; and if, whenever possible, civilians are spared from violence.

Of course, we know that for most of history, this concept of « just war » was rarely observed. The capacity of human beings to think up new ways to kill one another proved inexhaustible, as did our capacity to exempt from mercy those who look different or pray to a different God.

Wars between armies gave way to wars between nations -- total wars in which the distinction between combatant and civilian became blurred. In the span of 30 years, such carnage would twice engulf this continent. And while it’s hard to conceive of a cause more just than the defeat of the Third Reich and the Axis powers, World War II was a conflict in which the total number of civilians who died exceeded the number of soldiers who perished.
In the wake of such destruction, and with the advent of the nuclear age, it became clear to victor and vanquished alike that the world needed institutions to prevent another world war. And so, a quarter century after the United States Senate rejected the League of Nations -- an idea for which Woodrow Wilson received this prize -- America led the world in constructing an architecture to keep the peace : a Marshall Plan and a United Nations, mechanisms to govern the waging of war, treaties to protect human rights, prevent genocide, restrict the most dangerous weapons.

In many ways, these efforts succeeded. Yes, terrible wars have been fought, and atrocities committed. But there has been no Third World War. The Cold War ended with jubilant crowds dismantling a wall. Commerce has stitched much of the world together. Billions have been lifted from poverty. The ideals of liberty and self-determination, equality and the rule of law have haltingly advanced. We are the heirs of the fortitude and foresight of generations past, and it is a legacy for which my own country is rightfully proud.

And yet, a decade into a new century, this old architecture is buckling under the weight of new threats. The world may no longer shudder at the prospect of war between two nuclear superpowers, but proliferation may increase the risk of catastrophe. Terrorism has long been a tactic, but modern technology allows a few small men with outsized rage to murder innocents on a horrific scale.
Moreover, wars between nations have increasingly given way to wars within nations. The resurgence of ethnic or sectarian conflicts ; the growth of secessionist movements, insurgencies, and failed states -- all these things have increasingly trapped civilians in unending chaos.
In today’s wars, many more civilians are killed than soldiers ; the seeds of future conflict are sown, economies are wrecked, civil societies torn asunder, refugees amassed, children scarred.

I do not bring with me today a definitive solution to the problems of war. What I do know is that meeting these challenges will require the same vision, hard work, and persistence of those men and women who acted so boldly decades ago. And it will require us to think in new ways about the notions of just war and the imperatives of a just peace.

We must begin by acknowledging the hard truth : We will not eradicate violent conflict in our lifetimes. There will be times when nations -- acting individually or in concert -- will find the use of force not only necessary but morally justified.

I make this statement mindful of what Martin Luther King Jr. said in this same ceremony years ago : « Violence never brings permanent peace. It solves no social problem : it merely creates new and more complicated ones. » As someone who stands here as a direct consequence of Dr. King’s life work, I am living testimony to the moral force of non-violence. I know there’s nothing weak -- nothing passive -- nothing naïve -- in the creed and lives of Gandhi and King.

But as a head of state sworn to protect and defend my nation, I cannot be guided by their examples alone. I face the world as it is, and cannot stand idle in the face of threats to the American people. For make no mistake : Evil does exist in the world. A non-violent movement could not have halted Hitler’s armies. Negotiations cannot convince al Qaeda’s leaders to lay down their arms. To say that force may sometimes be necessary is not a call to cynicism -- it is a recognition of history ; the imperfections of man and the limits of reason.

I raise this point, I begin with this point because in many countries there is a deep ambivalence about military action today, no matter what the cause. And at times, this is joined by a reflexive suspicion of America, the world’s sole military superpower.
But the world must remember that it was not simply international institutions -- not just treaties and declarations -- that brought stability to a post-World War II world.

Whatever mistakes we have made, the plain fact is this : The United States of America has helped underwrite global security for more than six decades with the blood of our citizens and the strength of our arms. The service and sacrifice of our men and women in uniform has promoted peace and prosperity from Germany to Korea, and enabled democracy to take hold in places like the Balkans. We have borne this burden not because we seek to impose our will. We have done so out of enlightened self-interest -- because we seek a better future for our children and grandchildren, and we believe that their lives will be better if others’ children and grandchildren can live in freedom and prosperity.

So yes, the instruments of war do have a role to play in preserving the peace.
And yet this truth must coexist with another -- that no matter how justified, war promises human tragedy. The soldier’s courage and sacrifice is full of glory, expressing devotion to country, to cause, to comrades in arms. But war itself is never glorious, and we must never trumpet it as such.

So part of our challenge is reconciling these two seemingly inreconcilable truths -- that war is sometimes necessary, and war at some level is an expression of human folly.
Concretely, we must direct our effort to the task that President Kennedy called for long ago. « Let us focus, » he said, « on a more practical, more attainable peace, based not on a sudden revolution in human nature but on a gradual evolution in human institutions. » A gradual evolution of human institutions.
What might this evolution look like ? What might these practical steps be ?
To begin with, I believe that all nations -- strong and weak alike -- must adhere to standards that govern the use of force.

I -- like any head of state -- reserve the right to act unilaterally if necessary to defend my nation. Nevertheless, I am convinced that adhering to standards, international standards, strengthens those who do, and isolates and weakens those who don’t.
The world rallied around America after the 9/11 attacks, and continues to support our efforts in Afghanistan, because of the horror of those senseless attacks and the recognized principle of self-defense. Likewise, the world recognized the need to confront Saddam Hussein when he invaded Kuwait -- a consensus that sent a clear message to all about the cost of aggression.
Furthermore, America -- in fact, no nation -- can insist that others follow the rules of the road if we refuse to follow them ourselves. For when we don’t, our actions appear arbitrary and undercut the legitimacy of future interventions, no matter how justified.
And this becomes particularly important when the purpose of military action extends beyond self-defense or the defense of one nation against an aggressor. More and more, we all confront difficult questions about how to prevent the slaughter of civilians by their own government, or to stop a civil war whose violence and suffering can engulf an entire region.

I believe that force can be justified on humanitarian grounds, as it was in the Balkans, or in other places that have been scarred by war. Inaction tears at our conscience and can lead to more costly intervention later. That’s why all responsible nations must embrace the role that militaries with a clear mandate can play to keep the peace.

America’s commitment to global security will never waver.
But in a world in which threats are more diffuse, and missions more complex, America cannot act alone. America alone cannot secure the peace. This is true in Afghanistan. This is true in failed states like Somalia, where terrorism and piracy is joined by famine and human suffering. And sadly, it will continue to be true in unstable regions for years to come.
The leaders and soldiers of NATO countries, and other friends and allies, demonstrate this truth through the capacity and courage they’ve shown in Afghanistan. But in many countries, there is a disconnect between the efforts of those who serve and the ambivalence of the broader public.
I understand why war is not popular, but I also know this : The belief that peace is desirable is rarely enough to achieve it. Peace requires responsibility. Peace entails sacrifice. That’s why NATO continues to be indispensable. That’s why we must strengthen U.N. and regional peacekeeping, and not leave the task to a few countries. That’s why we honor those who return home from peacekeeping and training abroad to Oslo and Rome ; to Ottawa and Sydney ; to Dhaka and Kigali -- we honor them not as makers of war, but of wagers -- but as wagers of peace.
Let me make one final point about the use of force. Even as we make difficult decisions about going to war, we must also think clearly about how we fight it.
The Nobel Committee recognized this truth in awarding its first prize for peace to Henry Dunant -- the founder of the Red Cross, and a driving force behind the Geneva Conventions.

Where force is necessary, we have a moral and strategic interest in binding ourselves to certain rules of conduct. And even as we confront a vicious adversary that abides by no rules, I believe the United States of America must remain a standard bearer in the conduct of war. That is what makes us different from those whom we fight. That is a source of our strength. That is why I prohibited torture. That is why I ordered the prison at Guantanamo Bay closed. And that is why I have reaffirmed America’s commitment to abide by the Geneva Conventions. We lose ourselves when we compromise the very ideals that we fight to defend. (Applause.) And we honor -- we honor those ideals by upholding them not when it’s easy, but when it is hard.
I have spoken at some length to the question that must weigh on our minds and our hearts as we choose to wage war. But let me now turn to our effort to avoid such tragic choices, and speak of three ways that we can build a just and lasting peace.

First, in dealing with those nations that break rules and laws, I believe that we must develop alternatives to violence that are tough enough to actually change behavior -- for if we want a lasting peace, then the words of the international community must mean something. Those regimes that break the rules must be held accountable. Sanctions must exact a real price. Intransigence must be met with increased pressure -- and such pressure exists only when the world stands together as one.

One urgent example is the effort to prevent the spread of nuclear weapons, and to seek a world without them. In the middle of the last century, nations agreed to be bound by a treaty whose bargain is clear : All will have access to peaceful nuclear power ; those without nuclear weapons will forsake them ; and those with nuclear weapons will work towards disarmament. I am committed to upholding this treaty. It is a centerpiece of my foreign policy. And I’m working with President Medvedev to reduce America and Russia’s nuclear stockpiles.

But it is also incumbent upon all of us to insist that nations like Iran and North Korea do not game the system. Those who claim to respect international law cannot avert their eyes when those laws are flouted. Those who care for their own security cannot ignore the danger of an arms race in the Middle East or East Asia. Those who seek peace cannot stand idly by as nations arm themselves for nuclear war.

The same principle applies to those who violate international laws by brutalizing their own people. When there is genocide in Darfur, systematic rape in Congo, repression in Burma -- there must be consequences. Yes, there will be engagement ; yes, there will be diplomacy -- but there must be consequences when those things fail. And the closer we stand together, the less likely we will be faced with the choice between armed intervention and complicity in oppression.

This brings me to a second point -- the nature of the peace that we seek. For peace is not merely the absence of visible conflict. Only a just peace based on the inherent rights and dignity of every individual can truly be lasting.

It was this insight that drove drafters of the Universal Declaration of Human Rights after the Second World War. In the wake of devastation, they recognized that if human rights are not protected, peace is a hollow promise.

And yet too often, these words are ignored. For some countries, the failure to uphold human rights is excused by the false suggestion that these are somehow Western principles, foreign to local cultures or stages of a nation’s development. And within America, there has long been a tension between those who describe themselves as realists or idealists -- a tension that suggests a stark choice between the narrow pursuit of interests or an endless campaign to impose our values around the world.
I reject these choices. I believe that peace is unstable where citizens are denied the right to speak freely or worship as they please ; choose their own leaders or assemble without fear. Pent-up grievances fester, and the suppression of tribal and religious identity can lead to violence. We also know that the opposite is true. Only when Europe became free did it finally find peace. America has never fought a war against a democracy, and our closest friends are governments that protect the rights of their citizens. No matter how callously defined, neither America’s interests -- nor the world’s -- are served by the denial of human aspirations.

So even as we respect the unique culture and traditions of different countries, America will always be a voice for those aspirations that are universal. We will bear witness to the quiet dignity of reformers like Aung Sang Suu Kyi ; to the bravery of Zimbabweans who cast their ballots in the face of beatings ; to the hundreds of thousands who have marched silently through the streets of Iran. It is telling that the leaders of these governments fear the aspirations of their own people more than the power of any other nation. And it is the responsibility of all free people and free nations to make clear that these movements -- these movements of hope and history -- they have us on their side.

Let me also say this : The promotion of human rights cannot be about exhortation alone. At times, it must be coupled with painstaking diplomacy. I know that engagement with repressive regimes lacks the satisfying purity of indignation. But I also know that sanctions without outreach -- condemnation without discussion -- can carry forward only a crippling status quo. No repressive regime can move down a new path unless it has the choice of an open door.

In light of the Cultural Revolution’s horrors, Nixon’s meeting with Mao appeared inexcusable -- and yet it surely helped set China on a path where millions of its citizens have been lifted from poverty and connected to open societies. Pope John Paul’s engagement with Poland created space not just for the Catholic Church, but for labor leaders like Lech Walesa. Ronald Reagan’s efforts on arms control and embrace of perestroika not only improved relations with the Soviet Union, but empowered dissidents throughout Eastern Europe. There’s no simple formula here. But we must try as best we can to balance isolation and engagement, pressure and incentives, so that human rights and dignity are advanced over time.

Third, a just peace includes not only civil and political rights -- it must encompass economic security and opportunity. For true peace is not just freedom from fear, but freedom from want.

It is undoubtedly true that development rarely takes root without security ; it is also true that security does not exist where human beings do not have access to enough food, or clean water, or the medicine and shelter they need to survive. It does not exist where children can’t aspire to a decent education or a job that supports a family. The absence of hope can rot a society from within.

And that’s why helping farmers feed their own people -- or nations educate their children and care for the sick -- is not mere charity. It’s also why the world must come together to confront climate change. There is little scientific dispute that if we do nothing, we will face more drought, more famine, more mass displacement -- all of which will fuel more conflict for decades. For this reason, it is not merely scientists and environmental activists who call for swift and forceful action -- it’s military leaders in my own country and others who understand our common security hangs in the balance.

Agreements among nations. Strong institutions. Support for human rights. Investments in development. All these are vital ingredients in bringing about the evolution that President Kennedy spoke about. And yet, I do not believe that we will have the will, the determination, the staying power, to complete this work without something more -- and that’s the continued expansion of our moral imagination ; an insistence that there’s something irreducible that we all share.

As the world grows smaller, you might think it would be easier for human beings to recognize how similar we are ; to understand that we’re all basically seeking the same things ; that we all hope for the chance to live out our lives with some measure of happiness and fulfillment for ourselves and our families.

And yet somehow, given the dizzying pace of globalization, the cultural leveling of modernity, it perhaps comes as no surprise that people fear the loss of what they cherish in their particular identities -- their race, their tribe, and perhaps most powerfully their religion. In some places, this fear has led to conflict. At times, it even feels like we’re moving backwards. We see it in the Middle East, as the conflict between Arabs and Jews seems to harden. We see it in nations that are torn asunder by tribal lines.

And most dangerously, we see it in the way that religion is used to justify the murder of innocents by those who have distorted and defiled the great religion of Islam, and who attacked my country from Afghanistan. These extremists are not the first to kill in the name of God ; the cruelties of the Crusades are amply recorded. But they remind us that no Holy War can ever be a just war. For if you truly believe that you are carrying out divine will, then there is no need for restraint -- no need to spare the pregnant mother, or the medic, or the Red Cross worker, or even a person of one’s own faith. Such a warped view of religion is not just incompatible with the concept of peace, but I believe it’s incompatible with the very purpose of faith -- for the one rule that lies at the heart of every major religion is that we do unto others as we would have them do unto us.

Adhering to this law of love has always been the core struggle of human nature. For we are fallible. We make mistakes, and fall victim to the temptations of pride, and power, and sometimes evil. Even those of us with the best of intentions will at times fail to right the wrongs before us.

But we do not have to think that human nature is perfect for us to still believe that the human condition can be perfected. We do not have to live in an idealized world to still reach for those ideals that will make it a better place. The non-violence practiced by men like Gandhi and King may not have been practical or possible in every circumstance, but the love that they preached -- their fundamental faith in human progress -- that must always be the North Star that guides us on our journey.

For if we lose that faith -- if we dismiss it as silly or naïve ; if we divorce it from the decisions that we make on issues of war and peace -- then we lose what’s best about humanity. We lose our sense of possibility. We lose our moral compass.

Like generations have before us, we must reject that future. As Dr. King said at this occasion so many years ago, « I refuse to accept despair as the final response to the ambiguities of history. I refuse to accept the idea that the ‘isness’ of man’s present condition makes him morally incapable of reaching up for the eternal ‘oughtness’ that forever confronts him. »

Let us reach for the world that ought to be -- that spark of the divine that still stirs within each of our souls. (Applause.)
Somewhere today, in the here and now, in the world as it is, a soldier sees he’s outgunned, but stands firm to keep the peace. Somewhere today, in this world, a young protestor awaits the brutality of her government, but has the courage to march on. Somewhere today, a mother facing punishing poverty still takes the time to teach her child, scrapes together what few coins she has to send that child to school -- because she believes that a cruel world still has a place for that child’s dreams.
Let us live by their example.
We can acknowledge that oppression will always be with us, and still strive for justice. We can admit the intractability of depravation, and still strive for dignity. Clear-eyed, we can understand that there will be war, and still strive for peace. We can do that -- for that is the story of human progress ; that’s the hope of all the world ; and at this moment of challenge, that must be our work here on Earth.

Thank you very much.

martedì 17 novembre 2009

Paz in terra

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da il foglio.org, di Maurizio Campisi

Il rischio, quando si parla del Costarica, è di cadere nei soliti luoghi comuni. Il suo stato di paese senza esercito e di una tradizione pacifica in un’area che per lungo tempo è stata minata da guerre intestine, può portare a generalizzazioni pericolose.

La più diffusa è quella di indicarlo come la «Svizzera del Centroamerica», che lo paragona ad una nazione che ha fatto del commercio di armi e dei traffici bellici la propria fortuna.

Il Costarica, che ha abolito costituzionalmente l’esercito nel 1949, è un paese pacifico che ha costruito sull’assenza dell’istituzione militare la base della sua crescita sociale. È in questa maniera che ha creato un modello guida per l’America Latina, che è stato all’avanguardia per decenni e che solo ultimamente sta dimostrando un certo esaurimento.

La globalizzazione, utile al Nord del mondo, anche qui sta producendo disastri: chiusura delle bananiere, coltivatori e lavoratori del caffè sul lastrico, turismo in perdita. Il modello, comunque, ce la fa ancora a tenere e per darsene conto basta dare un’occhiata oltre frontiera. In Nicaragua i bimbi dei cafeteros muoiono di fame, mentre qui i sussidi dello Stato riescono per il momento a far fronte all’emergenza.

Lo sforzo più grande, ancora oggi, è quello di mantenere viva la «politica della pace» – o la cultura di pace, come preferiscono chiamarla qui – che negli anni Ottanta riuscì a porre fine ai conflitti che martoriavano il Centroamerica.

Allora, gli accordi di Esquipulas II del 1987 valsero il premio Nobel per la Pace al presidente del Costarica, Oscar Árias, ma servirono soprattutto a mutare il corso di una situazione che sembrava irreversibile.

Per alcuni anni sembrò che questo precedente potesse inaugurare una stagione nuova, di una smilitarizzazione progressiva che avrebbe potuto interessare tutti i paesi dell’area. Nei fatti, Panama venne smilitarizzata in seguito alla vicenda di Noriega, ma in quel caso si trattò della necessità di preservare il capitale statunitense da eventuali futuri colpi di testa di ex delfini con manie di grandezza.

Oggi, è invece giunto il momento della disillusione. Le democrazie nate dalle macerie delle guerre civili hanno dato asilo ai persecutori, in nome di una riconciliazione nazionale che ha lasciato senza colpevoli tragedie e genocidi. Inoltre, le riforme neo-liberali hanno finito per affossare gli sforzi per organizzare una politica sociale di ampia portata.

In Guatemala, Honduras e Nicaragua i governi spendono buona parte dei fondi per mantenere eserciti che al momento sono solo rappresentativi, togliendo risorse ai settori bisognosi della popolazione. La lezione non è ancora servita, nonostante ci siano i numeri a parlare chiaro. Mentre in Nicaragua l’analfabetismo interessa il 33% degli abitanti, ed in Guatemala e Honduras rasenta il 30%, in Costarica è solo del 4,2%. Lo stesso discorso vale per la speranza di vita: quasi settantasette anni in Costarica, il dato più alto in tutta l’America Latina, mentre nel resto della regione centroamericana sono dodici anni meno in media.

Quello dei dati è una maniera sbrigativa, ma efficace di interpretare il modello inaugurato più di cinquanta anni fa da Pepe Figueres, coriaceo figlio di catalani emigrati in America in cerca di miglior fortuna. Nella pratica, per capirlo bene, è necessario addentrarsi nella realtà costaricense.
La relazione con la pace comincia dall’educazione. Non è retorica quando i ticos – come si chiamano tra loro i costaricensi – ricordano che le scuole sono le loro caserme. L’aver portato l’istruzione anche negli angoli più remoti del paese, invece delle armi da fuoco o di plotoni di reclutamento, ha aperto una reale gamma di opportunità a generazioni altrimenti destinate allo sfruttamento e all’ignoranza.

Nei villaggi, invece di incontrare l’unico simbolo della Coca Cola come avviene in altri paesi, il viaggiatore si imbatte nella scuola e nel posto di pronto soccorso. I giovani laureati in medicina e pedagogia hanno l’obbligo di servire per un anno in queste comunità lontane, in una sorta di servizio sociale obbligatorio che abitua l’individuo a percepire la sua importanza come elemento con un compito preciso nella società.

Lo scopo è quello di evitare la violenza strutturale. Oggi, il tasso di omicidi è di 7 per 100.000 abitanti, sette volte in meno del Guatemala, il paese più violento della regione. Merito delle politiche sociali, ma anche di una presenza della polizia che a San José, la capitale, si è organizzata come quelle europee. A piedi, in bicicletta, in moto, a cavallo o in automobile i poliziotti fanno sentire la loro presenza in un’opera che non è solo di repressione, ma di prevenzione. Esistono ugualmente i quartieri a rischio, come Los Cuadros de Goicoechea o Lomas del Río, ma si tratta ormai di una realtà comune a tutta l’America Latina. È come arginare un fiume in piena, ed il timore è che anche il Costarica, nonostante tutto il lavoro, si possa trasformare un giorno in Caracas, Lima o Ciudad de México.

Il merito maggiore però, in questo periodo di difficile tolleranza delle migrazioni, è quello di stare accogliendo la forte immigrazione dal Nicaragua. Il peso sociale è di rilievo. Si stima che almeno 400.000 nicaraguensi vivono oggi in Costarica – paese di 4 milioni di abitanti –, in una diaspora che sembra non aver fine, complice la crisi endemica che attanaglia il governo di Managua. Arrivano per le raccolte del caffè o della canna da zucchero, e spesso si fermano, andando ad ingrossare le periferie già disagiate di San José ed Alajuela, le due città più grandi.
Anche per loro, scuole ed ospedali sono aperti, pur se nella maggior parte delle volte sono persone che non hanno i mezzi per poter pagare la previdenza. Si tratta di un notevole sforzo, soprattutto ora che le indicazioni del Fondo monetario vertono verso una privatizzazione dei servizi offerti dallo Stato, suggerimento che è stato accolto giocoforza da tutti gli altri paesi della regione con risultati tutt’altro che positivi. La violenza del più forte, dei centri internazionali del potere, si fa sentire anche così, debilitando le politiche sociali e facendo del mondo in via di sviluppo un far west senza regole.

D’altronde, l’accoglienza è parte della tradizione civile e pacifista di questo paese. In diverse epoche il Costarica ha ospitato gli esuli di mezzo continente. Negli anni Settanta furono i cileni che scappavano da Pinochet, poi vennero gli argentini, i guatemaltechi, quindi i peruviani che fuggivano dalla follia di Sendero Luminoso. Oggi sono i nicaraguensi, senza opportunità a casa loro, e i colombiani a ingrossare le fila delle comunità straniere. Si è calcolato che almeno il 25% della popolazione residente in Costarica è straniera, un fatto che si può comprovare in qualsiasi riunione sociale e che ha arricchito la cultura locale. Lo stesso passato parla di una nazione che, lungo tutta la sua storia, ha combattuto una sola guerra, quella del 1856, e contro, guarda caso, un gruppo di avventurieri al soldo di uomini d’affari statunitensi, con l’armatore Vanderbilt in testa. Anche in quel caso, a guidare le armi fu l’ambizione della classe imprenditoriale degli Stati Uniti, alla ricerca di una rotta che permettesse un trasporto sicuro ai coloni che volevano raggiungere la costa ovest, attirati dal miraggio della corsa all’oro.
Così, oggi le piazze e le vie della città, i monumenti del Costarica non ricordano generali o battaglie, ma i concetti su cui si regolano i principi della convivenza e del progresso: parco della Pace, piazza della Democrazia, piazza della Cultura, centro Franklyn Chang (dal nome dell’astronauta costaricense), la rotonda delle Garanzie Sociali ne sono alcuni esempi.

A Ciudad Colón, ad una quindicina di chilometri dalla capitale sorge, nel verde della campagna, l’Università per la Pace, patrocinata dalle Nazioni Unite.

È un altro tassello del mosaico pacifista, del tentativo di dare un senso a un’attitudine che non vuole e non può rimanere racchiusa a mera teoria. I docenti vengono da ogni parte del mondo ad insegnare come applicare la cultura della pace a studenti che poi torneranno nei loro paesi con il compito di prevenire guerre e violenze.

L’attuale rettore è Martin Lees, che guida un corpo docenti formato da centroamericani, inglesi, svizzeri, venezuelani, cileni, islandesi, uruguayani, cambogiani, olandesi, peruviani, canadesi e statunitensi. Un blocco eterogeneo, chiamato ad insegnare materie dove spiccano l’educazione alla pace e la conoscenza ed il rispetto delle religioni.

Così, non è poi eccezionale che in Costarica non esista un dibattito sulla pace, perché la pace è un dato di fatto, è la maniera in cui si educano i figli e in cui si guarda il futuro. In fondo, dà forza e speranza sapere di vivere nell’unico paese al mondo che il giorno dell’Indipendenza manda in piazza i suoi studenti invece che i soldati.

Maurizio Campisi, 40 anni, di Rivoli, vive da dieci anni in Costarica. Scrive su «Diario», «D di Repubblica» e «Narcomafie». È corrispondente dal Centro-america del quotidiano «La Juventud» di Montevideo. Ha pubblicato per Frilli Editori Centroamerica – Reportages (2002).

martedì 10 novembre 2009

Ice princess

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La principessa della Siberia
di Piero Ottone - da "La Repubblica" del 26/08/2007

Negli slavi, uomini e donne, c' è sempre un tocco di follia. Ma nei decabristi, che furono i primi rivoluzionari nella storia della Russia, i "gentiluomini rivoluzionari", la follia, in una miscela di idealismo, fatalismo, frivolezza e irresponsabilità, raggiunse nel giro di pochi anni, fra il 1820 e il 1825, vette inesplorate.

Vediamo il quadro d' insieme. Napoleone è stato sconfitto; il Congresso di Vienna lascia prevedere per l' Europa, dopo tante tempeste, un lungo periodo di pace.

In Russia la grande aristocrazia, immensamente ricca, protetta da mille privilegi, può assaporarne i frutti in un' esistenza lussuosa, frivola, elegante, che si svolge intorno alla corte dello zar.

La vita è un susseguirsi di grandi feste nei palazzi di San Pietroburgo; di partite di caccia nelle tenute sconfinate in Ucraina e in Crimea; di viaggi di piacere a Parigi, a Vienna, a Capri.

Sono presenti insomma, in quegli anni e in quella classe sociale, tutti gli ingredienti per gustare, come non mai, la douceur de la vie. Perché la rivoluzione, dunque? Per varie ragioni. Le nuove idee giunte dalla Francia sulle baionette della Grande Armée, gli ideali di uguaglianza e libertà, hanno avuto il loro effetto.

Con la Francia gli aristocratici russi tengono rapporti stretti, parlano il francese meglio che il russo, sono esposti all' influenza di tutto ciò che succede sulle rive della Senna.

Ma la scoperta degli ideali democratici non basta, da sola, per spiegare la nascita dello spirito rivoluzionario fra i russi che appartengono alla grande aristocrazia. In loro c' è l' amore del gioco, il gusto del rischio: le grandi passioni della gente slava.

C' è, misteriosa, l' attrazione del precipizio. E c' è anche, come spesso succede fra gli uomini troppo ricchi e troppo potenti, una buona dose di superficialità.

Così accadde che varie decine di principi e duchi decisero di giocarsi, con aristocratica leggerezza, tutto quel che possedevano: per fare, niente meno, la rivoluzione, per tentare il colpo di Stato, per abbattere l' assolutismo, contro uno zar che era loro amico, in molti casi loro parente. Per affermare i diritti dell' uomo, la monarchia costituzionale, l' abolizione della servitù, a favore di una popolazione primitiva e analfabeta che accettava, infinitamente paziente, la sua sorte e credeva che Costituzione fosse la moglie di Costantino, figlio dello zar.

La rivoluzione fu una farsa.

Un giorno di dicembre del 1825 tremila soldati di un reggimento scelto furono mandati dai gentiluomini rivoluzionari in piazza a San Pietroburgo, senza precise istruzioni. L' azione era improvvisata, priva di senso. Nel Sud, intanto, uno dei capi, Sergej Muraviev-Apostol, invece di dare ordini stava bevendo chiaretto col fratello, leggeva versi di Byron e declamava Lamartine. Nel giro di poche ore due giovani ufficiali, pentiti, giurarono fedeltà allo zar, poi si tolsero la vita. Il principe Trubetskoj, pentito a sua volta, giurò fedeltà allo zar, poi si rifugiò nell' ambasciata austriaca.

I gentiluomini rivoluzionari furono arrestati. Seguì un lungo processo. Cinque furono impiccati, centoventi furono condannati ai lavori forzati. Tre volte, durante l' impiccagione, la corda si spezzò. «Povera Russia», esclamò Muraviev, uno dei condannati, quello stesso che beveva chiaretto e leggeva Byron, «non sai nemmeno impiccare come si deve!».

L' avventura dei decabristi è stata raccontata tante volte.

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A noi interessa qui la storia di Maria Volkonskij (anzi dovremmo dire, secondo l' uso dei russi, Volkonskaja), una donna incantevole e straordinaria, secondo il racconto che ne fa, in un bellissimo libro intitolato The Princess of Siberia, Christine Sutherland, scrittrice inglese.

Una parte essenziale della documentazione è stata fornita all' autrice da Elena Cicognani, nata principessa Volkonskij, la cui villa, a Roma, è oggi residenza dell' ambasciatore britannico.

Maria venne al mondo il giorno di Natale del 1805.

Apparteneva alla famiglia Raevsky, di nobiltà antichissima. Di lei ancora ragazza, graziosa e spensierata, con una chioma folta di capelli neri e grandi occhi espressivi e con un che di esotico nell' aspetto, «principessa del Gange» come la chiamavano in famiglia, conosciamo due fugaci apparizioni.

La prima risale al 1820. Il padre, sofferente di artrite, si trasferiva dalla tenuta in Ucraina per una cura di qualche settimana nel Caucaso e viaggiava come sempre in grande pompa, su una carrozza con un tiro a sei, alla testa di un corteo di familiari e di servitori.

Appunto su una carrozza del seguito c' era Maria, rannicchiata fra una sorella e l' insegnante d' inglese. A una curva, improvvisamente, comparve una vista meravigliosa: il mare. Subito ordinarono al cocchiere di fermarsi, e le ragazze corsero felici sulla spiaggia, a farsi rincorrere dalle onde: Maria aveva quindici anni.

A sua insaputa, un' altra carrozza del seguito si era fermata a sua volta, a qualche distanza, e il più grande poeta russo, Puskin, amico di famiglia, allora ventenne, la stava guardando, rapito. La sera le dedicò alcuni versi, scrisse che invidiava le onde, anche lui avrebbe voluto baciarle i piedini: si era innamorato di lei.

Quell' amore non ebbe un seguito. La seconda apparizione fugace di Maria giovinetta introduce nel nostro racconto Sergej Volkonskij: discendente a sua volta di una famiglia fra le più famose, figlio di un personaggio che aveva accompagnato lo zar negli incontri con Napoleone fra una battaglia e l' altra, lui stesso uno dei dieci principi al sommo della scala gerarchica nell' impero di Russia, di bell' aspetto e di maniere affascinanti, con uno sguardo che dava un' impressione di dolcezza piuttosto che di forza.

Il nostro personaggio, di passaggio a Kiev, notò su un campo di pattinaggio una ragazza che, graziosa nella lunga gonna di velluto, con un berretto di pelliccia dal quale fuggivano i riccioli neri, e con un manicotto sul petto, pattinava con grazia spensierata.

Intorno al campo c' erano i servitori che avevano accompagnato le pattinatrici. A uno di loro Sergej chiese chi fosse la giovane persona che aveva colpito la sua attenzione. La sua scoperta ebbe un seguito: il 12 gennaio 1825 Sergej e Maria si sposarono a Kiev. Lei aveva vent' anni, lui trentasette. Sergej era uno dei cospiratori. Alla fine dell' anno fatale la cospirazione culminò nell' infelice colpo di Stato.

Quando i tremila soldati scesero in piazza, a mezza strada fra l' Ammiragliato e il Palazzo d' Inverno, senza sapere bene perché, il principe Sergej, generale dell' esercito imperiale, si trovava in Ucraina. In quei giorni fatali aveva sentito, irresistibile, il desiderio di andare a casa, a Kiev, nella tenuta dei Raevsky, in cui abitava con la giovane sposa, beatamente ignara di politica. Arrivato nel vasto cortile antistante al palazzo, trovò una slitta con due ufficiali della polizia, giunti da San Pietroburgo per arrestarlo. Era il 2 gennaio del 1826.

In quelle stesse ore, in quello stesso palazzo, Maria dava alla luce Nikolenka, il primogenito. Seguì il processo, a San Pietroburgo. Sergej, con lealtà irreprensibile, non tradì nessuno dei complici. Fu condannato ai lavori forzati nelle miniere d' argento di Nercinsk, vicino al confine con la Cina, e all' esilio perpetuo in Siberia. Prima di essere deportati, alcuni dei condannati, fra i quali Sergej, dovettero assistere all' impiccagione di cinque compagni, capi dell' insurrezione.

Erano presenti alti ufficiali, grandi personaggi: Sergej e gli altri salutarono quelli che conoscevano, chiacchierarono disinvolti, si comportarono con grande classe anche allora. Maria, non appena fu pronunciata la condanna, non ebbe un attimo di esitazione: avrebbe seguito il marito. «Quale che sarà il tuo destino», gli scrisse, «lo dividerò con te». Invano amici e parenti, e lo stesso zar, indispettito per la sua ostinazione, cercarono di dissuaderla. Aveva vent' anni: si condannava alla morte civile, sarebbe stata diseredata, privata di ogni diritto, ridotta nelle condizioni di una non-persona; avrebbe abbandonato per sempre il figlioletto; non le sarebbe mai stato concesso di tornare in Russia. E infatti il soggiorno a Nercinsk fu terribile.

Solo col tempo, a poco a poco, le condizioni di vita migliorarono. Ai deportati fu concesso di trasferirsi a Irkutsk e Maria prese tante utili iniziative, migliorò le condizioni di vita nell' ospedale, fondò un teatro, diventò un personaggio: la principessa di Siberia, così chiamata a furor di popolo.

Nel 1855, quando aveva cinquant' anni, le fu finalmente concesso di tornare, con Sergej, nella Russia europea. Di tutti gli episodi della sua vita, che sono infiniti, il viaggio da Mosca a Nercinsk fu il più incredibile, il più affascinante.

Pensiamo allo stato d' animo di questa ragazza ventenne, bella, ricca, con un bambino appena nato fra le braccia, che decide di abbandonare tutto quel che ha nella vita e che sfida le suppliche e le minacce del padre, dei parenti, dello zar, per inseguire all' altro capo del mondo, fra la neve e il ghiaccio della selvaggia Siberia, un deportato.

Viviamo con lei le ultime giornate a San Pietroburgo, a Mosca, prima della partenza. A Mosca la sua cugina più cara, Zinaida Volkonskij, dà per lei un pranzo di addio nel fastoso palazzo del Tversky Boulevard: con tanti invitati e con un concerto, come si usa nel gran mondo. Cantanti celebri intonano le arie più famose.

Maria ascolta, rapita: ama la musica, per lei la musica è una ragione di vita. A un tratto mormora: «Forse questa è l' ultima volta che sento musica in vita mia~». Un ospite ascolta e le lacrime gli inumidiscono gli occhi: è Puskin, che sempre le è vicino, che prende la sua mano.

Infine, la partenza. Con tutto il bagaglio affastellato su una slitta, e con due accompagnatori, un domestico e una cameriera reclutati all' ultimo momento, spaventati e ostili perché sanno che Maria, ormai, è caduta in disgrazia.

La ragazza di vent' anni lascia tutto dietro di sé, si avventura a velocità folle sulla trojka, la slitta tirata da tre cavalli, scompare nella sconfinata distesa di neve.

Ogni quattordici verste si cambiano gli animali. è pieno inverno. Non ci sono strade: un albero che emerge dalla neve indica vagamente la direzione. Poidì, poidì, grida il cocchiere; avanti, avanti, nella corsa verso il nulla.

Di tanto in tanto una breve sosta in una misera locanda che emerge dal nulla: zuppa di cavoli sul fornello, montagne di blini, mercanti che giocano a carte, gridano, bevono vodka. Immancabile il samovar: Maria beve un bicchiere di tè col limone, che le dà un po' di calore.

Potrebbe sedersi su una panca vicino alla stufa, riposare qualche ora, ma non vuole riempirsi di pulci: va a dormire sulla slitta con la cappotta rialzata, rannicchiata sotto le pellicce. E poi di nuovo avanti, sempre avanti: la Siberia è sconfinata, Nercinsk è in capo al mondo. è solo a un terzo del viaggio quando arriva a Kasan, l' antica capitale dell' Orda d' oro.

Ed è la notte di Capodanno: decidono di fermarsi qualche ora nell' unico albergo. Lì accanto, sull' altro lato del cortile, c' è il club dei nobili:

«Vedevo», Maria scriverà poi nel diario, «gli ospiti mascherati che scendevano allegri dalle slitte, chiacchierando e ridendo. Non potevo sopportare il contrasto: qui c' era gente normale, gente ordinaria come me, che si divertiva, mentre io stavo scendendo nell' abisso~ Per me, tutto finito, non più canzoni e danze, non più divertimento: a un tratto mi sentii infinitamente infelice, fui presa dallo sgomento».

Ed ecco un brusco ufficiale, mandato dal governatore: ha l' incarico di convincerla a rinunciare, a tornare. Maria riacquista la sua fierezza, risponde che proseguirà.

Si avvicina la mezzanotte, si scatena una tempesta di neve. Le consigliano di fermarsi almeno per qualche ora, fino a quando la tempesta si placherà. «In Siberia sarà peggio», lei risponde, bambina ostinata. E dà l' ordine di ripartire.

«Non conoscevo la ferocia del vento sulla steppa di Kasan», scriverà poi. «La neve si ammucchiava sul tetto della slitta, c' era un monte di neve fra me e il cocchiere. Il mio orologio da viaggio segnò la mezzanotte, lo feci squillare perché salutava l' anno nuovo: cominciava il mio ventiduesimo anno di vita».

Maria si volta verso la domestica, le augura buon anno: lei risponde in malo modo. Allora augura buon anno al cocchiere. E intanto la assale il ricordo delle feste di Capodanno nel palazzo di Kiev, la sua infanzia, i riti solenni nella cattedrale di Santa Sofia, il canto struggente, l' incenso. Poi pensa a Sergej: che cosa farà lo sventurato in questo momento?

Il pensiero del povero Sergej scaccia gli altri (a Nercinsk lo troverà con le catene alle mani e ai piedi, nei primi tempi potrà solo vederlo una o due volte la settimana, alla presenza di un carceriere, con l' obbligo di parlare russo, che loro conoscevano male perché parlavano sempre francese).

Ma presto intervengono altri problemi: un' ora dopo la partenza il cocchiere annuncia che non possono proseguire nella tempesta, i cavalli sono esausti, lui si è perso. Scoprono la capanna di un boscaiolo, e lì passano il resto della notte, accanto a un focherello stentato: la legna è bagnata, il fuoco sprigiona fumo, in lontananza di sentono gli sciacalli.

La mattina il cielo è pulito, il viaggio riprende: ma Maria non mette fuori il volto, ha troppo freddo, passa il tempo recitando mentalmente canzoni, poesie, ballate imparate nell' infanzia. Il viaggio fino a Irkutsk dura ventiquattro giorni: rimangono altre seicento miglia, oltre il Lago Baikal, per Nercinsk.

Quando finalmente si arriva, scaricano la slitta. Nei bagagli, nascosto fra le valige, Maria scopre, con un grido di gioia, un minuscolo pianoforte. La cugina, Zinaida, lo aveva fatto caricare a sua insaputa. Un pianoforte! Maria, felice, si mette a suonare e a cantare. Non c' è, negli slavi, un tocco di follia?

lunedì 2 novembre 2009

Funerale (o meglio "Battesimo")

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Ungheria - Quel funerale che aprì le porte alla democrazia
di Bernardo Valli - da "La Repubblica" del 18/09/2009

BUDAPEST - I riti funebri, in questa metropoli luminosa e passionale, scandiscono le grandi svolte politiche. Servono a regolare i conti con la storia. Riparano i torti. Riabilitano gli impiccati. Il 16 giugno 1989 più di centomila persone, tra le quali non mancano reparti delle forze armate, si raccolgono in piazza degli Eroi per i funerali solenni di Imre Nagy, impiccato il 16 giugno 1958. Trentuno anni dopo l' esecuzione, e la sepoltura segreta in un angolo del remoto cimitero di via Kozma, fuori Budapest, la gente sfila davanti al catafalco lasciando cadere un fiore ai suoi piedi. Campane e sirene suonano mentre l' intero paese osserva un minuto di silenzio. Il traditore revisionista - diventato primo ministro, nel 1956, per la seconda volta, sotto la spinta popolare, durante l' insurrezione repressa nel sangue dai carri armati sovietici - viene esaltato come un eroe nazionale, mentre sono al governo i revisionisti del Partito socialista operaio, versione ungherese del Pc. Il 23 ottobre, proprio nel giorno dell' anniversario dell' insurrezione del ' 56, sarà poi proclamata la Repubblica d' Ungheria, e per la prima volta in un paese dell' Europa centro-orientale saranno cancellati dalla Costituzione i termini «popolare» e « socialista».

Il rito funebre sulla piazza degli Eroi, che riabilita Imre Nagy, è il momento decisivo nell' 89 ungherese. Una celebrazione riparatrice che ne ricorda un' altra, guidata dallo stesso Imre Nagy. Allora, nel 1956, l' impiccato da riabilitare era un altro comunista revisionista, Laszlo Rajk, prima ministro degli Interni e poi degli Esteri, accusato di complicità con l' eretica Jugoslavia di Tito,e per questo condotto al patibolo il 15 ottobre 1949.

Nelle giornate sempre più incandescenti dell' autunno della rivolta, mentre a Budapest si moltiplicano gli scioperi nelle fabbriche e le proteste nei circoli intellettualie nelle università, Imre Nagy guida un imponente corteo che chiede appunto la riabilitazione dei compagni revisionisti impiccati, dei quali Laszlo Rajk era il più noto. Quella manifestazione, che vuole essere il funerale tardivo e solenne di vittime innocenti, con alla testa Imre Nagy, seguito da trecentomila operai, studenti, intellettuali, artigiani, comunisti e senza partito, scuote il regime. Crea il panico tra i dirigenti. I quali cercano di placare gli umori chiamando di nuovo al governo, come primo ministro, Imre Nagy, destituito ed escluso dal partito l' anno precedente, ad opera degli stalinisti insofferenti alle sue innovazioni.

Cosi l' audace, candido, Nagy cavalcò senza poterla controllare l' insurrezione del ' 56, presto dispersa dall' Armata Rossa. E il revisionista Nagy fu poi impiccato (a 62 anni) per volontà di Nikita Kruscev, il leader sovietico che con il celebre XX Congresso del Pc dell' Urss aveva compiuto uno storico atto di revisionismo, condannando lo stalinismo.

Questo modo, un po' "funerario", di introdurre l' 89 ungherese, vuole sottolineare la schizofrenica situazione dei regimi comunisti, il continuo tragico confronto tra ortodossi e revisionisti: i primi impegnatia reprimere innovazioni destinate, ai loro occhi, a indebolire il sistema, cristallizzato in un conservatorismo che si rivelerà suicida; i secondi convinti della necessità di riformare quel che era irriformabile.E spesso i personaggi si scambiano i ruoli.

Chi comanda in Ungheria da più di trent' anni, fino alla vigilia dell' 89, è Janos Kadar: il più riuscito esempio di leader restauratore di un comunismo afflitto dall' incapacità di rendersi tollerabile. La sua carriera politica ha seguito un percorso zigzagante, tra stalinismo e riformismo, scandito da scomuniche e promozioni.

Il suo è il classico curriculum vitae di un dirigente dell' Est. All' inizio non ha osteggiato l' insurrezione del ' 56, ma poi è stato uno dei "normalizzatori". Il pragmatico Kadar ha preso le distanze dal tumultuoso disordine, troppo traboccante di sogni e di passioni, al tempo stesso rivolto contro il comunismo e in favore di un comunismo migliore. E ha finito col chiedere l' intervento sovietico, che comunque ci sarebbe stato. Con lo stesso realismo, arrivato al vertice del partito, ha adottato la politica dell' indulgenza. Non verso la contestazioneo la critica politica; ma verso i piaceri più individuali. L' Ungheria è diventata con lui la meta dei privilegiati degli altri paesi comunisti, attirati dalle vetrine in cui erano esposti, non senza gusto e con insolita abbondanza, tanti prodotti introvabili nelle loro città, dai tessuti di qualità ai cosmetici più raffinati. Non mancavano la buona cucina e la vita notturna con la sua dose di erotismo. L' ideologia dei consumi, accompagnata da un certo laissezfaire nell' illusoria satira dei cabaret, funzionava da surrogato delle libertà fondamentali chieste durante l' insurrezione del ' 56 e respinte con la repressione. Con il suo comunismo "al gulash" Kadar raggiunse un consenso passivo invidiabile nelle altre capitali del socialismo reale, alcune delle quali assai più dotate di risorse dell' Ungheria, paese economicamente gracile con una testa enorme e fantasiosa quale era (ed è) la sua capitale.

Budapest costava cara all' Unione sovietica. Ma ne valeva la pena. Era una buone vetrina del comunismo, affidata a un riformatore che dava garanzie, sulle questioni essenziali, al centro dell' impero. Nel quadro della sua esibita indulgenza, e anche per riconoscenza verso l' ex primo ministro che lo aveva riabilitato quando era in disgrazia, Janos Kadar aveva promesso a Imre Nagy di salvargli la vita. Ma a Mosca, dove comandava Kruscev, si voleva dare un esempio. E la sentenza capitale fu eseguita.

Un anno dopo avere abbandonato il potere il settantasettenne Kadar è morto, il 6 luglio ' 89, lo stesso giorno in cui la Corte suprema ha confermato la riabilitazione di Nagy, celebrata neppure un mese prima dalla folla con il rito funebre in piazza degli Eroi. Un sondaggio abbastanza recente ha rivelato che una robusta maggioranza di ungheresi giudica positivo il ruolo avuto da Kadar. Ma due anni fa la sua tomba nel cimitero di Kerepesi è stata profanata. Le ossa, cranio compreso, sono sparite. Ed è stata trovata una scritta che, riferendosi probabilmente all' impiccagione di Nagy, diceva: «Un assassino e un traditore non può riposare in terra santa».

Il successore di Janos Kadar è Karoly Grosz (58 anni). Lo stesso Kadar ha appoggiato la sua nomina. Come primo ministro Grosz ha avviato profonde riforme economiche. È un comunista che ammira la collega conservatrice Margaret Thatcher, e lo annuncia con enfasi durante una visita a Londra. È al tempo stesso convinto che il sistema comunista sia riformabile. Una tavola rotonda, simile a quella che a Varsavia ha riunito per la prima volta gli uomini del generale Jaruzelski, vale a dire il partito,e quelli di Solidarnosc, per organizzare delle elezioni, si apre anche a Budapest e decide libere elezioni entro il ' 90.

Nel marzo ' 89 Grosz ha un incontro con Mikhail Gorbaciov, al quale spiega lo stato d' agitazione regnante in Ungheria e il timore di non poterlo controllare. Ma il leader sovietico gli dice in sostanza che ogni paese deve ormai cavarsela da sé. Sul piano economico e sul piano militare. Neppure in casi di estrema emergenza si potrà ricorrere a interventi stile ' 56 a Budapest o ' 68 a Praga. In quanto a soldi, non ce ne sono. Non ce ne sono neppure abbastanza per mantenere le truppe sovietiche acquartierate nei paesi del Patto di Varsavia.

Quando deve governare nell' ambito di un quadrumvirato, creato a Budapest per far fronte a una crisi politica ed economica sempre più severa, Karoly Grosz si trova in compagnia di riformisti assai più avanzati di lui.

Imre Pozsgay (55anni), anche grazie alla sua spigliata conoscenza dell' inglese, ha frequenti contatti con l' Occidente, e fa annunci sconvolgenti: nega ad esempio che l' insurrezione del ' 56 sia stata una controrivoluzione, e la definisce «un' insurrezione popolare». La riabilitazione di Nagy sarà la conseguenza di questa nuova verità ufficiale. Sempre Imre Poszgay organizza in pieno agosto un' imprevista, spettacolare attraversata del confine con l' Austria, ossia con l' Occidente, quando la cortina di ferro non è ancora stata ufficialmente aperta.

Miklos Nemeth (40 anni), un economista laureato a Harvard, il nuovo primo ministro, ha già annunciato, il 2 maggio, la decisione di demolirla. Ma perché sia abbattuta del tutto la barriera di filo spinato, lungo i 260 chilometri della frontiera austriaca, bisognerà aspettare il 10 settembre. Ed è allora che avviene l' emozionante traversata di migliaia di tedeschi orientali arrivati in Cecoslovacchia e in Ungheria alle prime voci di un imminente fine della cortina di ferro. Molti di loro, accampati nelle ambasciate della Repubblica Federale a Praga e a Budapest, possono infine mettersi in marcia, attraversare l' Austria e presentarsi al confine bavarese. Le colonne di Trabant, le minuscole automobili scioppiettanti come caffettiere, anticipano le folle che in novembre passeranno il Muro di Berlino. I riformatori di Budapest non si sarebbero mossi con tanta decisione se non ci fossero stati a Mosca gli esperti sovietici, che affiancavano Mikhail Gorbaciov e spesso andavano oltre le sue intenzioni. Guidati da Alexander Iakovlev (ex responsabile dell' ideologia nel Comitato centrale, poi mandato in esilio come ambasciatore in Canada, e infine richiamato da Gorbaciov) quegli esperti si affannano attorno a possibili scenari miranti a modernizzare il comunismo. Quei collaboratori immaginano un nuovo impero, appoggiato sull' esempio di due paesi modelli di una "desatellizzazione" limitata: la Polonia e l' Ungheria. Ma tutto sfugge di mano. Il peggior momento per un cattivo governo, è quando cerca di migliorarsi, dice il polacco Michnik, citando Alexis de Tocqueville.

martedì 29 settembre 2009

Ceci tuera cela

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Questo ucciderà quello. Il libro ucciderà l'edificio.
Questo pensiero, ci sembra, aveva due facce. Anzitutto era il pensiero di un prete. Era il terrore del sacerdozio davanti a un fenomeno nuovo, la stampa. Era lo spavento e l'accecamento dell'uomo del santuario davanti al torchio luminoso di Gutenberg. Era la cattedra e il manoscritto, la parola parlata e quella scritta, in allarme davanti alla parola stampata; qualcosa come lo stupore di un passerotto che vedesse l'angelo della Legione aprire tutti i suoi sei milioni di ali. Era il grido del profeta che sente rumoreggiare e brulicare l'umanità emancipata, che vede nell'avvenire l'intelligenza soppiantare la fede, l'opinione detronizzare la religione, il mondo scuotere Roma. Pronostico del filosofo che vede il pensiero umano, volatilizzato dalla stampa, evaporare dal vaso teocratico. Terrore del soldato che esamina l'ariete di bronzo e che dice: la torre crollerà. Questo significava che un potere stava per succedere ad un altro potere. Questo voleva dire: la stampa ucciderà la chiesa.
Ma sotto questo pensiero, senza dubbio il primo e il più semplice, ce n'era a nostro avviso un altro più nuovo, un corollario del primo, meno facile da avvertire e più facile da contestare, una visione altrettanto filosofica, non più del prete soltanto, ma del sapiente e dell'artista. Era il presentimento che il pensiero umano, cambiando di forma, avrebbe cambiato nel modo di espressione, che l'idea capitale di ogni generazione non sarebbe più stata scritta con lo stesso materiale e nella stessa maniera, che il libro di pietra, così solido e durevole, avrebbe fatto posto al libro di carta, più solido e più durevole ancora. Sotto quest'aspetto la formula vaga dell'arcidiacono aveva un secondo senso; significava che un'arte avrebbe detronizzato un'altra arte. Voleva dire: La stampa distruggerà l'architettura.
In effetti dall'origine delle cose fino a tutto il quindicesimo secolo dell'era cristiana, l'architettura è il grande libro dell'umanità, l'espressione principale dell'uomo nei diversi gradi del suo sviluppo, in quanto forza e in quanto intelligenza. Quando la memoria delle prima razze fu satura, quando il bagaglio di ricordi divenne per il genere umano così pesante e confuso che la parola, nuda e volante, rischiò di impolverirlo nel proprio andare, questi ricordi furono trascritti sul suolo nella maniera più visibile, più durevole e insieme più naturale, Ogni tradizione fu suggellata sotto un monumento.
I primi monumenti non furono se non blocchi di roccia che il ferro non aveva toccato, dice Mosè. L'architettura cominciò come ogni scrittura. Fu anzitutto alfabeto. Si metteva una pietra dritta, ed era una lettera, e ogni lettera era un geroglifico e su ogni geroglifico poggiava una serie di idee come il capitello su una colonna. Così fecero i primi uomini, dovunque, nello stesso momento, sulla superficie del mondo intero. La pietra alzata dei celti si ritrova nella Siberia asiatica, nella pampas americane.
Più tardi si fecero parole. Una pietra fu sovrapposta a un'altra, le sillabe di granito si accoppiarono, il verbo tentò qualche combinazione. Il dolmen e il cromlech celti, il tumulo etrusco, il galgal ebraico sono parole. Alcuni, il tumulo sopratutto, sono nomi propri. Talvolta, quando la pietra era molta e c'era un vasto spazio, si scriveva una frase. L'immenso cumulo di Karnac è una formula completa.
Vennero infine i libri. Le tradizioni avevano generato simboli, sotto i quali esse sparivano come il tronco d'albero sotto il fogliame. Tutti questi simboli, nei quali l'umanità credeva, andavano crescendo, moltiplicandosi, incrociandosi, complicandosi sempre di più; i primi monumenti non bastavano più a contenerli, ne traboccavano da ogni parte, a stento quei monumenti esprimevano ancora la tradizione primitiva, semplice, nuda e fissata al suolo come quelli erano. Il simbolo doveva espandersi nell'edificio. Allora l'architettura si sviluppò con il pensiero umano; divenne gigantesca, ebbe mille teste e mille braccia, e fissò in una forma eterna, visibile, palpabile, tutto quel fluttuante simbolismo. Mentre Dedalo, che è la forza, misurava, mentre Orfeo, che è l'intelligenza, cantava, il pilastro che è una lettera, l'arcata che è una sillaba, la piramide che è una parola, mossi da una legge che è insieme geometrica e poetica, si raggruppavano, si combinavano, si fondevano, scendevano, salivano, si disponevano vicini sul suolo, o in diversi piani nel cielo, fino a che non avessero scritto, dettati dall'idea generale di un'epoca, quei libri meravigliosi che erano anche meravigliosi edifici: la pagoda di Eklinga, il Ramseion egiziano, il tempio di Salomone.
L'idea madre, il verbo, non solo era al fondo di tutti questi edifici, ma anche nella loro forma. Il tempio di Salomone, per esempio, non era semplicemente la rilegatura del libro santo, era proprio il libro santo. In ciascuno dei suoi recinti concentrici i preti potevano leggere il verbo tradotto e palesato agli occhi e seguirne le trasformazioni di santuario in santuario fino ad afferrarlo nell'ultimo tabernacolo nella forma più concreta e ancora architettonica; l'arca. In tal modo il verbo era contenuto nell'edificio, ma era l'involucro di questo a esprimerne l'immagine, come la figura umana sul sarcofago di una mummia. E non solo la forma degli edifici ma anche la posizione in cui si situavano rivelava il pensiero in essi rappresentato. A seconda che esprimessero un simbolo leggiadro o cupo, la Grecia coronava le proprie montagne di un tempio armonioso all'occhio, l'India sventrava le sue per cesellarvi quelle deformi pagode sotterranee sostenute da gigantesche file di elefanti di granito.
In tal modo nei primi seimila anni del mondo dalla più immemorabile pagoda dell'Indostan alla cattedrale di Colonia, l'architettura è stata la grande scrittura del genere umano. E questo è talmente vero che non soltanto ogni simbolo religioso, ma anche ogni pensiero umano ha in quel libro immenso la propria pagina e il proprio monumento.
Ogni civiltà comincia con la teocrazia e finisce con la democrazia. Questa legge della libertà che succede all'unità è scritta nell'architettura.
Infatti, insistiamo su questo punto, non bisogna credere che l'arte muraria si limiti a costruire il tempio, a esprimere il mito e il simbolismo sacerdotale e a trascrivere in geroglifici sulle proprie pagine di pietra le tavole misteriose della legge. Se così fosse, poichè arriva in ogni società umana il momento in cui il simbolo sacro si usura e si oblitera nella libertà del pensiero per cui l'uomo si sottrae al prete, per cui il sopraggiungere delle filosofie e dei sistemi rode il volto della religione, l'architettura non potrebbe riprodurre questo nuovo stadio dello spirito umano e i fogli che le appartengono, scritto sul recto sarebbero vuoti sul verso, l'opera si interromperebbe, il libro sarebbe incompleto. Ma non è così.
Prendiamo per esempio il Medioevo, in cui noi vediamo più chiaro perchè ci è più vicino. nel periodo iniziale, mentre la teocrazia organizza l'Europa, mentre il Vaticano riunisce e riassetta intorno a sè gli elementi di una Roma i cui ruderi giacciono intorno al Campidoglio, mentre il cristianesimo va cercando tra le macerie della civiltà precedente tutti gli stadi della società e ricostruisce con queste rovine un nuovo universo gerarchico di cui il sacerdozio è la chiave di volta, si sente dapprima scaturire da questo caos, e poi a poco a poco si vede sotto il soffio del cristianesimo, sotto la mano dei barbari alzarsi dagli sterrati delle morte architetture greca e romana, questa misteriosa architettura romanica, sorella delle murature teocratiche egiziane e indiane, emblema inalterabile del cattolicesimo puro, immutabile geroglifico dell'unità papale.
Tutto il pensiero di allora è infatti scritto in quel cupo stile romanico. Vi si sente ovunque l'autorità, l'unità, l'impenetrabilie, l'assoluto, Gregorio VII; dovunque il prete, mai l'uomo, dovunque la casta, mai il popolo. Ma arrivano le crociate. E' un grande movimento popolare, e ogni movimento popolare, quali che ne siano le ragioni e il fine, libera sempre, nella fase di estrema concentrazione, lo spirito di libertà. Nuovi eventi si fanno strada. Ecco che si apre il periodo tempestoso delle Jacqueries, delle Fragueries e delle Leghe. L'autorità è scossa, l'unità si biforca. Il mondo feudale vuole fare a mezzo con la teocrazia, attendendo il popolo che sopraggiungerà inevitabilmente e che si prenderà, come sempre, la parte del leone. Quia nominor leo. La signoria spunta pertanto sotto il sacerdozio, il comune sotto la signoria. Il volto dell'Europa è cambiato. Ebbene, anche il volto dell'architettura è cambiato. Come la civiltà, anch'essa ha voltato pagina e lo spirito rinnovato del tempo la trova pronta a scrivere ciò che le verrà dettato. E' tornata dalle crociate con l'ogiva, come le nazioni con la libertà. Allora, mentre Roma si smembra a poco a poco, l'architettura romanica muore. Il geroglifico diserta la cattedrale e , divenendo stemma per il torrione, conferisce prestigio al feudalesimo.
La cattedrale stessa, questo edificio in altri tempi così dogmatico, invasa ormai dalla borghesia, dal comune, dalla libertà, sfugge al prete e cade in balìa dell'artista. L'artista la costruisce a modo suo. Addio mistero, addio mito, addio tempo. Ecco la fantasia e il capriccio. Il prete, purchè abbia basilica e altare, non ha nulla da dire. Le quattro mura appartengono all'artista. Il libro dell'architettura non è più del sacerdozio, della religione, di Roma. E' dell'immaginazione, della poesia, del popolo. Di qui le rapide e innumerevoli trasformazioni di questa architettura che ha solo tre secoli, così sorprendenti dopo l'immobilità stagnante dell'architettura romana che ne ha sei o sette. L'arte procede tuttavia a passi di gigante. Il genio e l'originalità popolari fanno quello che faceva il vescovo. Ogni generazione nel suo passaggio scrive una riga sul libro. Raschia i vecchi gerogilifici romani sul frontespizio delle cattedrali ed è già molto se si vede ancora il dogma affiorare qua e là sotto il nuovo simbolo che essa vi depone. L'ossatura religiosa è appena decifrabile sotto i panneggi del popolo. Impossibile farsi un'idea delle licenze che si prendono allora gli architetti, anche verso al chiesa. Possono essere capitelli in cui sono inseriti frati e monache vergognosamente accoppiati, come nella sala dei camini al Palais de Hustice di Parigi. Oppure l'avventura di Noè scolpita in tutte lettere, come sotto il grande portale di Bourges. O ancora un frate bacchico con le orecchie d'asino e un bicchiere in mano che ride in faccia a tutta una comunità, come sul lavabo dell'abbazia di Bocherville. C'è a quell'epoca, per il pensiero scritto sulla pietra, un privilegio del tutto paragonabile alla nostra attuale libertà di stampa. E' la libertà di architettura.
Tale libertà va molto lontano. A volte un portale, una facciata, una chiesa nel suo complesso esprime significati simbolici assolutamente estranei al culto o addirittura ostili alla chiesa. Guillame di Parigi fino al tredicesimo secolo, Nicolas Flamel nel quindicesimo hanno scritto di queste pagine sediziose. Saint-Jacques-de-la-Boucherie era tutta una chiesa di opposizione.
Il pensiero a quel tempo non era libero se non in questa maniera, ossia non veniva completamente scritto altro che in questi libri chiamati edifici. Privo della forma dell'edificio lo si sarebbe visto bruciare sulla pubblica piazza per mano del carnefice sotto forma di manoscritto, se fosse stato così imprudente da assumere questa forma. In forma di portale da chiesa avrebbe potuto assistere al supplizio di se stesso in forma di libro. Così, non avendo altra strada per esprimersi se non l'edilizia, vi si rifugiò da qualunque parte provenisse. Da ciò l'immensa quantità di cattedrali che hanno invaso l'Europa in numero così straordinario che appena vi si crederebbe pur avendolo verificato. Tutte le forze materiali, tutte quelle intellettuali della società convergevano in uno stesso punto: l'architettura. In tal modo, con il pretesto di costruire a Dio delle chiese, si sviluppava un'arte di magnifiche proporzioni.
A quel tempo, chiunque nascesse poeta diveniva architetto. Il genio diffuso tra le masse compresse in ogni senso dal feudalesimo come sotto una testudo di scudi di bronzo, non trovando sbocco se non nell'architettura, si riversava in quest'arte, e le sue Iliadi prendevano la forma d cattedrali. Tutte le altre arti obbedivano e si sottoponevano all'architettura. Erano le operaie della grande opera. L'architetto, il poeta, il maestro, assommava nella propria persona la scultura che gli cesellava le facciate, la pittura che gli miniava le vetrate, la musica che gli metteva in moto la campana e gli soffiava negli organi. Perfno la poesia, la povera poesia che si ostinava a vegetare nei manoscritti era obbligata per esistere a inquadrarsi nell'edificio in formadi inno o di prosa. Lo stesso ruolo, dopo tutto, che avevano avuto le tragedie di Eschilo nelle feste sacerdotali della Grecia, la Genesi al tempo di Salomone.
Così, fino a Gutenberg, l'architettura è la scrittura principale, la scrittura universale. Di questo libro di granito, cominciato dall'Oriente, continuato dall'antichità greca e romana, il medioevo ha scritto l'ultima pagina. Del resto, questo fenomeno di un'architettura del popolo che succede a un'architettura di casta quale noi abbiamo constatato nel Medioevo si riproduce in ogni analogo movimento dell'intelligenza umana nelle altre grandi epoche della storia.
Così, per enunciare solo sommariamente una legge che per essere spiegata richiederebbe interi volumi, nell'antico oriente, culla delle prime età, dopo l'architettura indù, l'architettura fenicia, questa madre opulenta dell'architettura araba; nell'antichità, dopo l'architettura egiziana di cui lo stile etrusco e i monumenti ciclopici non sono che una variazione, l'architettura greca di cui lo stile romano non è che un prolungamento caricato dalla cupola cartaginese; nei tempi moderni, dopo l'architettura romanica, l'architettura gotica.
E sdoppiando queste tre serie si ritroverà nelle tre sorelle maggiori, l'architettura indù, l'architettura egiziana, l'architettura romanica, lo stesso simbolo: cioè la teocrazia, la casta, l'unità, il dogma, Dio; e per le tre sorelle cadette, l'architettura fenica, l'architettura greca, l'architettura gotica, quale che sia del resto la diversità di forma inerente alla loro natura, si ritroverà lo stesso significato: cioè la libertà, il popolo, l'uomo.

Che si chiami bramino, mago o papa nelle costruzioni indù, egiziane o romaniche, si sente sempre il prete, nient'altro che il prete. Non è così nelle architetture del popolo, che sono più ricche e meno sacre. In quella fenicia, si sente il mercante, in quella greca, il repubblicano, in quella gotica, il borghese.
I caratteri generali di ogni architettura teocratica sono l'immutabilità, l'orrore del progresso, la conservazione delle linee tradizionali, la consacrazione dei tipi primitivi, il costante piegarsi di tutte le forme dell'uomo e della natura ai capricci incomprensibili del simbolo. Sono libri oscuri, che solo gli iniziati sanno decifrare. Del resto ogni forma, perfino ogni deformità possiede un senso che la rende inviolabile. Non chiedete alle costruzioni indù, egiziane e romaniche di correggere le loro linee o di migliorare la loro statuaria. In quelle, qualunque perfezionamento risulterebbe un'empietà. In tali architetture sembra che la rigidità del dogma si sia sparsa sulla pietra come una seconda pietrificazione. I caratteri generali delle costruzioni popolari, al contrario sono la varietà, il progresso, l'originalità, l'opulenza, il movimento perpetuo. Sono già abbastanza staccate dalla religione per pensare alla propria bellezza, per curarla, per correggere senza posa il loro ornamento di statue o di arabeschi. Appartengono al secolo. Hanno qualcosa di umano che frammischiano continuamente al simbolo divino sotto il quale ancora si presentano. Per questo sono edifici raggiungibili da qualunque anima, da qualunque intelligenza, da qualunque immaginazione, simbolici ancora, ma facili da comprendere come la natura. Tra l'architettura teocratica e questa, c'è la stessa differenza che corre tra una lingua sacra e una volgare, tra il geroglifico e l'arte, tra Salomone e Fidia.
Se riassumiamo quanto abbiamo osservato fino a qui molto sommariamente, tralasciando mille prove e mille particolareggiate obiezioni, si deve riconoscere questo: che l'architettura è stata fino al quindicesimo secolo il principale registro dell'umanità, che in tutto questo periodo nessun pensiero dotato di qualche complessità è apparso al mondo senza diventare edificio, che ogni idea popolare e ogni legge religiosa ha avuto i propri monumenti, che il genere umano non ha pensato nulla di importante senza scriverlo sulla pietra. E perchè? E' che l'idea che ha influenzato una generazione vuole influenzarne altre e lasciare traccia. Ma che immortalità precaria è quella del manoscritto! Come, invece, un edificio è un libro ben altrimenti solido, durevole e resistente! Per distruggere la parola scritta basta una torcia e un turco. Per demolire la parola costruita occorre una rivoluzione sociale, uno sconvolgimento tellurico. I barbari sono passati sul Colosseo, il diluvio forse sulle Piramidi.
Nel quindicesimo secolo tutto cambia.

Il pensiero umano scopre un modo di perpetuarsi non solo più durevole e resistente dell'architettura, ma anche più semplice e più facile. L'architettura è detronizzata. Alle lettere di pietra di orfeo succederanno quelle di piombo di Gutenberg.
Il libro ucciderà l'edificio.
L'invenzione della stampa è il più grande avvenimento della storia. E' la rivoluzione madre. E' il completo rinnovarsi del modo di espressione dell'umanità, è il pensiero umano che si spoglia di una forma e ne assume un'altra, è il completo e definitivo mutamento di pelle di quel serpente simbolico che, da Adamo in poi, rappresenta l'intelligenza.
Sotto forma di stampa, il pensiero è più che mai imperituro. E' volatile, inafferrabile, indistruttibile. Si fonde con l'aria. Al tempo dell'architettura, diveniva montagna e si impadroniva con forza di un secolo e di un luogo. Ora diviene stormo di uccelli, si sparpaglia ai quattro venti e occupa contemporaneamente tutti i punti dell'aria e dello spazio.
Chi non vede, ripetiamo, quanto più indelebile sia in questa maniera? Da solido che era, diventa vivo. Passa dalla durata all'immortalità. Si può distruggere una mole, ma come estirpare l'ubiquità? Venga pure un diluvio, e anche quando la montagna sarà sparita sotto i flutti da molto tempo, gli uccelli voleranno ancora; e basterà che solo un'arca galleggi alla superficie del cataclisma, ed essi vi poseranno, sopravviveranno con quella, con quella assisteranno al decrescere delle acque, e il nuovo mondo che emergerà da questo caos svegliandosi vedrà planare su di sè, alato e vivente , il pensiero del mondo sommerso.
E quando si osservi che questo modo di espressione non è soltanto il più conservatore, ma anche il più semplice, il più comodo, il più praticabile da tutti, allorchè si pensi che non si tira dietro un pesante bagaglio e non mette in moto una pesante attrezzatura, quando si paragoni il pensiero obbligato per tradursi in edificio, a mettere in movimento quattro o cinque altre arti e tonnellate d'oro, tutta una montagna di pietre, tutta una foresta di legname, tutto un popolo di operai, quando lo si paragoni al pensiero che si fa libro, al quale basta un po' di carta, un po' di inchiostro e una penna, come stupirsi che l'intelligenza umana abbia abbandonato l'architettura per la stampa? Tagliate bruscamente il letto primitivo di un fiume con un canale scavato al di sotto del suo livello e il fiume diserterà quel letto.
Vedete dunque come, dalla scoperta della stampa, l'architettura si dissecca a poco a poco, si atrofizza e si denuda. Come si sente che l'acqua si abbassa, che la linfa se ne va, che il pensiero dei tempi e dei popoli se ne ritira! Il raffreddamento è press'a poco insensibile nel quindicesimo secolo, la stampa è ancora troppo debole e sottrae all'architettura ancora possente tutt'al più una sovrabbondanza di vita. Ma, dal sedicesimo secolo, la malattia dell'architettura è visibile; ormai non esprime più la società in modo essenziale. Diviene miserabilmente arte classica, da gallica, da europea, da indigena diviene greca e romana, da vera e moderna, pseudo-antica. Quello che viene chiamato Rinascimento non è che questa decadenza. Decadenza peraltro magnifica, perchè il vecchio genio gotico, questo sole che tramonta dietro il torchio gigantesco di Magonza, penetra ancora per qualche tempo con i suoi ultimi raggi in tutto quell'ibrido ammasso di arcate latine e di colonnati corinzi.
E' questo sole al tramonto che noi scambiamo per un'aurora.
Tuttavia, dal momento in cui l'architettura non è più che un'arte come un' altra, da quando non è più l'arte totale, l'arte sovrana, l'arte tiranna, non ha più la forza di legare a sè le altre arti. Per cui quelle si emancipano, spezzano il giogo dell'architetto, se ne vanno ciascuna per proprio conto, e ognuna si avvantaggia di questo divorzio. L'isolamento ingrandisce ogni cosa. La scultura diventa statuaria, l'iconografia diventa pittura, il canone diventa musica. Si direbbe un impero che si smembra alla morte del proprio Alessandro, un impero le cui province diventano regno.
Nascono allora Raffaello, Michelangelo, Jean Goujon, Palestrina, splendori dell'abbagliante sedicesimo secolo.
Contemporanemente alle arti, il pensiero si emancipa in ogni senso. Gli eresiarchi del Medioevo avevano già inferto ferite profonde al cattolicesimo. Il sedicesimo secolo spezza l'unità religiosa. Prima della stampa, la riforma sarebbe stata soltanto uno scisma, la stampa ne fa una rivoluzione. Togliete la stampa, l'eresia perde ogni nerbo. Fatale o provvidenziale che sia, Gutenberg è il precursore di Lutero.

Tuttavia, quando il sole del Medioevo è del tutto tramontato, quando il genio gotico si è per sempre spento all'orizzonte dell'arte, l'architettura si offusca, si scolora, impallidisce sempre di più. Il libro stampato, verme roditore dell'edificio, la succhia e la divora. Essa si spoglia, si sfoglia, dimagrisce a vista d'occhio. E' meschina, è povera, è nulla. Non esprime più nulla, nemmeno il ricordo dell'arte di un tempo. Ridotta a se stessa, abbandonata dalle altre arti, perchè il pensiero umano l'ha abbandonata, in mancanza di artisti chiama dei manovali. Il vetro sostituisce la vetrata. Il tagliapietre subentra allo scultore. Addio a tutto, linfa, originalità, vita, intelligenza. Essa si trascina, lamentosa mendicante di laboratorio, di copia in copia.
Michelangelo, che dal sedicesimo secolo senza dubbio la sentiva morire, aveva un'ultima, disperata idea. Da titano dell'arte aveva sovrapposto il Pantheon al Partenone e aveva fatto San Pietro a Roma.

Grande opera che meritava di restare unica, ultima espressione originale dell'architettura, firma di un artista gigantesco in calce al colossale registro di pietra che si chiudeva. Morto Michelangelo, che fa questa miserabile architettura sopravvissuta a se stessa come uno spettro o un'ombra? Prende San Pietro a Roma, e ne fa il calco e la parodia. E' una mania. E' una pietà. Ogni secolo ha il suo San Pietro di Roma, nel diciassettesimo secolo il Val-de-Grace, nel diciottesimo Sainte-Geneviève. Ogni paese ha il suo San Pietro di Roma. Londra ha il suo. Pietroburgo ha il suo. Parigi ne ha due o tre. Insignificante testamento, ultimo vaneggiamento di una grande arte decrepita che regredisce all'infanzia prima di morire.
Se invece di monumenti caratteristici come quelli di cui abbiamo parlato esaminassimo l'aspetto generale dell'arte dal sedicesimo al diciottesimo secolo, noteremmo gli stessi fenomeni di consunzione e declino. A partire da Francesco II la forma architettonica dell'edificio si cancella sempre di più e risalta quella geometrica, come la struttura ossea in un malato che smagrisce. Le belle linee dell'arte lasciano il posto a quelle fredde e inesorabili del geometra. Un edificio non è più un edificio, ma un poliedro. Tuttavia l'architettura si tormenta per nascondere tale nudità. Ecco il frontone greco e quello romano che si inseriscono l'uno nell'altro, reciprocamente. E' sempre il Pantheon nel Partenone, San Pietro a Roma. Ecco le case di mattoni di Enrico IV, a spigoli di pietra, la piazza Royale, la piazza Dauphine. Ecco le chiese di Luigi XIII, pesanti, tozze, schiacciate, raggomitolate, cariche della cupola come di una gobba. Ecco l'architettura mazzarina, il brutto pasticcio italiano delle Quatre-Nations. Ecco il palazzo di Luigi XIV, lunghe caserme per cortigiani, rigide, glaciali, noiose. Ecco infine Luigi XV, con le cicorie e i vermicelli, e tutte le verruche che sfigurano questa vecchia architettura caduca, sdentata e leziosa. Da Francesco II a Luigi XV, il male è cresciuto in progressione geometrica. L'arte non è più che pelle e ossa. Agonizza pietosamente.
Frattanto, che accade della stampa? Tutta la vita che si allontana dall'architettura finisce in lei. L'architettura si abbassa, la stampa si gonfia e cresce. Il capitale di energie che il pensiero umano spendeva in edifici lo spende ormai in libri. Così dal sedicesimo secolo la stampa, raggiungo il livello della decrescente architettura, lotta con quella e la uccide. Nel diciasettesimo è già insediata nella sua vittoria per donare al mondo la festa di un grande secolo letterario. Nel diciottesimo, dopo essersi a lungo riposata alla corte di Luigi XIV, riafferra la vecchia spada di Lutero, ne arma Voltaire, e corre, tumultuosa, all'attacco di quella vecchia Europa di cui ha già ucCiso l'espressione architettonica. Quando il secolo diciottesimo ha fine, ha ormai tutto distrutto. Nel diciannovesimo, ricomincerà a ricostruire.
Ebbene, ci domandiamo noi ora, quale delle due arti rappersenta realmente da tre secoli il pensiero umano? Quale lo traduce? Quale ne esprime, non solo le manie letterarie e scolastiche, ma il vasto, profondo,universale movimento? Quale si sovrappone costantemente, senza interruzione e senza lacune, al genere umano che avanza, mostro a mille piedi? L'architettura o la stampa?
La stampa. Non ci si inganni, l'architettura è morta, morta senza ritorno, uccisa dal libro stampato, uccisa perchè dura meno, uccisa perchè costa di più. Ogni cattedrale costa un miliardo. Cerchiamo di immaginare ora quale impiego di fondi occorrerebbe per riscrivere il libro dell'architettura; per fare che formicolino di nuovo sul suolo migliaia di edifici, per ritornare ai tempi in cui la folla dei monumenti era tale che a detta di un testimone oculare "si sarebbe detto che il mondo, scuotendosi, avesse gettato via i vecchi abiti per coprirsi di un bianco vestito di chiese". Erat enim ut si mundus, ipse excutiendo semet, rejecta vetustate, candidam ecclesiarum veste indueret (GLABER RADULPHUS).
Un libro è così presto fatto, costa così poco, e può andare così lontano! Come stupirsi che tutto il pensiero umano vada per questa china? Questo non significa che l'architettura non posso ancora avere qua e là un bel monumento, un capolavoro isolato. Si potrà ancora avere di tanto in tanto, sotto il regno della stampa, una colonna fatta, suppongo, da tutta un'armata, con cannoni fusi, come c'erano, quando regnava l'architettura, delle Iliadi e dei Romanceros, dei Mahabharata e dei Nibelunghi, creazioni rapsodiche, fuse e composite di tutto un popolo. Il caso fortuito di un architetto di genio potrà verificarsi nel ventesimo secolo, come quello di Dante nel tredicesimo. Ma l'architettura non sarà più l'arte sociale, l'arte collettiva, l'arte dominante. Il grande poema, il grande edificio, la grande opera dell'umanità non sarà più edificata, ma stampata.
E ormai, anche se l'architettura dovesse avere una risalita non avverrà mai più che sia padrona. Subirà dalla letteratura la legge che prima a sua volta impartiva. Tra le due arti, le rispettive posizioni saranno invertite. E' indubbio che nell'epoca dell'architettura i poemi, rari, è vero, assomigliano ai monumenti. Nell'India, Vyasa è folto, strano, impenetrabile come una pagoda. Nell'oriente egiziano la poesia ha la stessa grandiosità e tranquillità di linee che hanno gli edifici. Nella Grecia antica, la bellezza, la serenità e la calma, nell' Europa cristiana, la maestà cattolica, l'ingenuità popolare, la ricca e lussureggiante vegetazione di un'epoca di rinnovamento. La Bibbia assomiglia alle Piramidi, l'Iliade al Partenone, Omero a Fidia. Nel tredicesimo secolo, Dante è l'ultima chiesa romanica, Shakespeare, nel sedicesimo, l'ultima cattedrale gotica.
Quindi, per riassumere quanto abbiamo detto finora in modo necessariamente tronco e incompleto, il genere umano ha due libri, due registri, due testamenti, l'architettura e la stampa, la bibbia di pietra e la bibbia di carta. Indubbiamente, contemplando queste due bibbie spalancate nei secoli, è lecito rimpiangere la maestà visibile della scrittura di granito, quei giganteschi alfabeti formulati in colonnati, in pilastri, in obelischi, quella specie di montagne umane che coprono il mondo e il passato, dalla piramide fino al campanile, da Cheope a Strasburgo. In quelle pagine di marmo bisogna rileggere il passato. Bisogna ammirare e sfogliare incessantemente il libro scritto dall'architettura, ma non bisogna negare la grandezza dell'edificio che la stampa erige a sua volta.

Questo edificio è colossale. Non so quale saccente di statistica ha calcolato che posando uno sull'altro tutti i volumi usciti dal torchio da Gutenberg in poi si colmerebbe la distanza dalla terra alla luna; ma non è di questo genere di grandezza che vogliamo parlare. Tuttavia, se cerchiamo di costruire nel nostro pensiero un'immensa costruzione, appoggiata sul mondo intero, alla quale l'umanità lavora senza interruzione, la cui testa mostruosa si perde nelle brume dell'avvenire? E' il formicaio delle intelligenze. E' l'alveare in cui tutte le immaginazioni, queste api dorate, arrivano con il loro miele. L'edificio ha mille piani. Sulle sue rampe si vedono sbucare qua e là delle caverne tenebrose della scienza intrecciantisi nelle sue viscere. Per tutta la sua superficie l'arte fa lussureggiare davanti allo sguardo arabeschi, rosoni, merletti. ogni opera individuale, per capricciosa e isolata che sembri, vi trova spazio e risalto. L'armonia risulta dal tutto. Dalla cattedrale di Shakespeare fino alla moschea di Byron, mille piccole guglie si affollano alla rinfusa su quella metropoli del pensiero universale, alla cui base è stato riscritto qualche antico titolo dell'umanità che l'architettura non aveva registrato. A sinistra dell'entrata è stato murato il vecchio bassorilievo in marmo bianco di Omero, a destra la Bibbia poliglotta erge le sue sette teste. L'idra del Romancero si erge più lontano, così come altre forme ibride, i Veda e i Nibelunghi. Il prodigioso edificio rimane del resto sempre incompiuto. La stampa, questa macchina gigante che pompa senza tregua tutta la linfa intellettuale della società, vomita incessantemente nuovi materiali per l'opera sua. Tutto il genere umano è sull'impalcatura. Ogni spirito è muratore. Il più umile tura il suo buco o posa la sua pietra. Rètif de la Bretonne aggiunse la sua secchiata di calcinacci. Indipendentemente dall'apporto originale e individuale di ogni scrittore vi sono apporti collettivi. Il diciottesimo secolo dà l'Encyclopédie, la rivoluzione da il "Moniteur". Certo, è anche questa una costruzione che cresce e si ammucchia in spirali senza fine, anche qui c'è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell'umanità intera, rifugio promesso all'intelligenza contro un nuovo diluvio, contro un'invasione di barbari. E' la seconda torre di Babele del genere umano.
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da "Notre-Dame de Paris" di Victor Hugo