lunedì 21 settembre 2009

L' eccezionale uomo medio

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Vi sono persone di cui è difficile dire qualcosa che possa raffigurarle con un'unica pennellata, nel loro insieme, nel loro aspetto più tipico e caratteristico; vengono perciò definite abitualmente gente "comune", "maggioranza" e, in effetti, costituiscono la stragrande maggioranza di ogni società.

Un considerevole numero di scrittori, nei romanzi e nelle novelle, cerca di scegliere e di rappresentare in senso artistico tipi che fanno parte della società, ma che si incontrano molto raramente nella realtà e che, ciò nonostante, sono quasi più reali della realtà stessa. Podkolesin [Il protagonista de Il matrimonio di N.V. Gogol' - 1842], nel suo aspetto tipico, anche se è un personaggio caricaturale, forse non è per nulla inverosimile.

Quante persone intelligenti, dopo che hanno conosciuto Podkolesin nell'opera di Gogol', hanno subito cominciato a trovare che decine e centinaia di loro buoni conoscenti e amici sono sorprendentemente simili a lui? Prima di leggere Gogol' infatti, questi signori erano consapevoli che alcuni loro amici erano paragonabili a Podkolesin, ma non sapevano che si potessero definire e raffigurare in un modo simile. Nella realtà, i fidanzati fuggono raramente dalle finestre alla vigilia del loro matrimonio, per la ragione che, tralasciando tutte le conseguenze del caso, non gli conviene: ciò nonostante quanti fidanzati, e mi riferisco anche a persone degne di rispetto e intelligenti, prima della cerimonia, nel profondo della propria coscienza sono disposti, loro per primi, a riconoscersi in Podkolesin?

Non tutti i mariti gridano in ogni momento: "Tu, l'as voulu, George Dandin!". Ma, Dio mio, quanti milioni e milioni di volte i mariti di tutto il mondo hanno ripetuto quest'esclamazione, che saliva dal profondo, dopo la loro luna di miele e, chi può saperlo, forse anche subito, già all'indomani del matrimonio?

E così, senza entrare nel merito di spiegazioni più approfondite, diremo soltanto che, nella realtà, la tipicità delle persone risulta annacquata e tutti questi Georges Dandin e Podkolesin in effetti esistono, vanno e vengono, corrono davanti ai nostri occhi ogni giorno, ma è come se le loro caratteristiche fossero diluite. Precisato infine, per amore di verità, che seppure raramente, nella realtà è possibile trovare anche un Georges Dandin nella sua completezza, così come lo ha creato Molière, poniamo fine alla nostra dissertazione che comincia a divenire simile ad una critica da rivista giornalistica.

Ciò nonostante ci resta da risolvere una questione: che cosa deve fare un romanziere alle prese con la gente ordinaria, assolutamente "comune", e come deve presentarla al lettore per renderla un poco più interessante? Nel racconto non si possono evitare del tutto le persone ordinarie perchè sono, in ogni momento e nella maggioranza dei casi, l'elemento indispensabile che collega gli avvenimenti quotidiani; ignorandole, dunque, contravverremmo alla legge della verosimiglianza. Riempire i romanzi solo di tipi o anche, molto più semplicemente, di persone strane e inesistenti, sarebbe inverosimile e persino poco interessante.

A nostro avviso lo scrittore deve cogliere le sfumature accattivanti e interessanti anche nelle persone ordinarie.

Infatti l'essenza stessa di alcune persone ordinarie consiste nel loro essere sempre e immutabilmente ordinarie, oppure - ancora meglio - nonostante tutti gli enormi sforzi che esse fanno per uscire a qualunque costo dalla normalità e dalla monotonia quotidiana, nel rimanere tali e quali in eterna compagnia del solito tran tran, acquisendo persino proprietà specifiche, come per l'appunto quella proprietà dell'uomo ordinario che per niente al mondo accetta di rimanere ciò che è, e vuole diventare originale e indipendente a tutti i costi pur senza avere la minima possibilità di guadagnarsi questo nuovo stato.

(...) Infatti non c'è nulla di più irritante che essere, per esempio, ricchi, di buona famiglia, dotati di bella presenza, di un'istruzione abbastanza buona, non stupidi, persino di buon carattere e nello stesso tempo non avere nessun talento, nessuna particolarità, neanche qualche stranezza, nessuna idea personale, ed essere decisamente "come tutti gli altri". Si ha la ricchezza, ma non si è dei Rothschild; la famiglia è perbene ma non si è mai distinta in niente; la presenza è gradevole, ma molto poco espressiva; il grado di istruzione è piuttosto buono, ma non si sa come metterlo a frutto; l'intelligenza c'è, ma è priva di idee proprie; il cuore c'è, ma non conosce magnanimità, e così via, per tutti gli aspetti della vita.

Questa gente è la stragrande maggioranza nel mondo e ce n'è persino più di quanto non sembri; la suddetta schiera si divide, come d'altronde tutto il genere umano, in due categorie primarie; della prima fanno parte gli uomini limitati; della seconda quelli "troppo intelligenti".

I primi sono i più felici; per un uomo "ordinario", per esempio, non c'è niente di più facile che credersi un uomo fuori dal comune e originale e deliziarsi di ciò senza esitazione alcuna.

Questo vale per alcune nostre signorine che, tagliati i capelli corti, indossati occhiali azzurri, definitesi nichiliste, si sono subito persuase di aver cominciato ad acquisire all'istante "convinzioni" proprie e personali.

Il discorso vale anche per qualche persona che avendo riscontrato nel proprio cuore l'esistenza di una semplice briciola di sentimento universale (comune peraltro a tutti gli uomini) e buono, si è immediatamente persuasa di provare particolari sentimenti come nessun altro al mondo, nonchè di essere all'avanguardia del progresso generale. Lo stesso esempio è calzante per qualcun altro che, presa alla lettera un'idea qualunque oppure letta una paginetta qualsiasi dall'inizio alla fine, si convince all' istante che si tratti di pensieri "propri e personali", nati autonomamente nel suo cervello. Una simile ingenua sfrontatezza, se così ci si può esprimere, in alcuni casi raggiunge livelli incredibili; tutto ciò ha dell'inverosimile, ma si incontra a ogni istante.
[...]
Uno dei personaggi del nostro racconto, Gavrila Ardalionovic Ivolgin, fa parte invece della seconda categoria, quella degli uomini "ordinari", "troppo intelligenti", che desiderano essere originali dalla testa ai piedi a tutti i costi. Gli appartenenti a questa categoria, come abbiamo notato poco fa, sono molto più infelici di quelli della prima.
Infatti l'uomo "ordinario" intelligente, anche se si è immaginato di sfuggita (o forse anche per tutta la sua vita) di essere geniale e originale, ciò nonostante conserva, nel suo cuore, il tarlo del dubbio che lo porta alla disperazione più profonda; egli si rassegna soltanto quando è ormai avvelenato dalla vanità che gli si è insinuata nel profondo.
Tuttavia noi abbiamo preso ad esempio un caso limite: per la stragrande maggioranza di persone che fanno parte di questa categoria intelligente, le cose non si svolgono poi in maniera così tragica; il fegato si guasta solo verso gli ultimi anni di vita, ed è tutto.
Ciò nonostante, prima di rassegnarsi e di acquietarsi, questa gente, talvolta per molto tempo, commette degli spropositi, a partire dalla giovinezza all'età della rassegnazione, e tutto questo per il desiderio di essere originali. Si incontrano dei casi anche assai strani: per il desiderio di originalità qualche uomo onesto è disposto a commettere persino un'azione vile;
capita anche che qualcuno di questi infelici non solo sia onesto, ma sia anche buono, rappresenti il punto di riferimento della sua famiglia, mantenga e nutra a proprie spese persino degli estranei, non soltanto i famigliari - e cosa gli succede? Per tutta la vita non può mettersi l'anima in pace. Per lui il pensiero di aver adempiuto ai propri doveri umani non è nè tranquillizzante, nè confortante; anzi, lo irrita, e così dice: "Ecco per cosa ho speso tutta la mia vita, ecco cosa mi ha legato mani e piedi, ecco cosa mi ha impedito di scoprire la polvere da sparo! Se non ci fossero stati questi impedimenti, forse avrei scoperto o la polvere da sparo o l'America, certo, non so ancora che cosa, ma avrei scoperto una delle due senz'altro!". L'elemento più caratteristico di questi signori consiste nel fatto che, per tutta la loro esistenza, non potranno mai sapere con esattezza che cosa avrebbero dovuto e che cosa siano stati sul punto di scoprire nel corso della loro vita: se la polvere da sparo oppure l'America. Ma la sofferenze e le angosce di costoro per quello che dovrebbero ancora scoprire, in verità, sarebbero stato sufficienti per i destini di Colombo e di Galileo.

da "L' idiota" di F.M. Dostoevskij

domenica 20 settembre 2009

Damnatio memoriae new age

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Embrioni alla porta del Paradiso
di Umberto Eco (da L'espresso - 2005)

È curioso il ribaltamento della posizione della Chiesa sulla vita umana rispetto alla dottrina di San Tommaso.
Nei giorni scorsi Giovanni Sartori, sul 'Corriere della Sera' è intervenuto in termini filosofici sulla questione degli embrioni e dell'inizio della vita, citando ampiamente la posizione detta 'creazionista' di San Tommaso d'Aquino.

Si tratta di una posizione già ricordata negli ultimi tempi da alcuni autori laici (io per esempio ne avevo parlato in una Bustina del settembre 2000) ma che curiosamente non è stata mai ripresa negli ambienti fondamentalisti cattolici.

La posizione di Tommaso (che nel corso dei secoli la Chiesa non ha mai espressamente negato, condannando anzi quella opposta di Tertulliano) è la seguente: i vegetali hanno anima vegetativa, che negli animali viene assorbita dall'anima sensitiva, mentre negli esseri umani queste due funzioni vengono assorbite dall'anima razionale, che è quella che rende l'uomo dotato di intelligenza e ne fa una persona come 'sostanza individua di una natura razionale'.

Tommaso ha una visione molto biologica della formazione del feto: Dio introduce l'anima solo quando il feto acquista, gradatamente, prima anima vegetativa e poi anima sensitiva. Solo a quel punto, in un corpo già formato, viene creata l'anima razionale ('Summa Theologiae', I, 90).

L'embrione ha solo l'anima sensitiva ('Summa Theologiae', I, 76, 2 e I, 118, 2). Nella 'Summa contra gentiles' (II, 89) si dice che vi è una gradazione nella generazione, "a causa delle forme intermedie di cui viene dotato il feto dall'inizio sino alla sua forma finale".

Ed ecco perché nel Supplemento alla 'Summa Theologiae' (80, 4) si legge questa affermazione, che oggi suona rivoluzionaria: dopo il Giudizio Universale, quando i corpi dei morti risorgeranno affinché anche la nostra carne partecipi della gloria celeste (quando già secondo Agostino rivivranno nel pieno di una bellezza e completezza adulta non solo i nati morti ma, in forma umanamente perfetta, anche gli scherzi di natura, i mutilati, i concepiti senza braccia o senza occhi), a quella 'risurrezione della carne' non parteciperanno gli embrioni. In loro non era stata ancora infusa l'anima razionale, e pertanto non sono esseri umani.

Si può dire che la Chiesa, spesso in modo lento e sotterraneo, ha cambiato tante posizioni nel corso della sua storia che potrebbe avere cambiato anche questa. Ma è singolare che qui siamo di fronte alla tacita sconfessione non di una autorità qualsiasi, ma dell'Autorità per eccellenza, della colonna portante della teologia cattolica.

Le riflessioni che nascono a questo proposito portano a conclusioni curiose. Noi sappiamo che a lungo la stessa chiesa cattolica ha resistito alla teoria dell'evoluzione, non tanto perché sembrava contrastare col racconto biblico dei sette giorni della creazione (su questo erano già d'accordo i commentatori antichi, la Bibbia parla per metafore ed espressioni poetiche, e sette giorni potrebbero anche voler dire sette milioni di anni) ma perché cancellava il salto radicale, la differenza miracolosa tra forme di vita pre-umane e l'apparizione dell'Uomo, annullava la differenza tra una scimmia, che è animale bruto, e un uomo che ha ricevuto un'anima razionale.

Poi lentamente la chiesa ha non dico sostenuto ma ammesso il darwinismo purché si riconoscesse che, nella continuità della catena della vita dal primo unicellulare ad Adamo, s'inseriva una spaccatura, il momento in cui a un essere vivente viene conferita un'anima immortale. Solo i fondamentalisti protestanti (e qualche sciagurato consulente del nostro ministero della Pubblica Istruzione) hanno continuato ad avere orrore dell'ipotesi evoluzionista.

Ora la battaglia certamente neo-fondamentalista sulla pretesa difesa della vita, per cui l'embrione è già essere umano in quanto in futuro potrebbe diventarlo, sembra portare i credenti più rigorosi sulla stessa frontiera dei vecchi materialisti evoluzionisti di un tempo: non c'è frattura (quella definita da San Tommaso) nel corso dell'evoluzione dai vegetali agli animali e agli uomini, la vita ha tutta lo stesso valore. E infatti Sartori nella sua polemica si chiede se non si faccia una certa confusione tra la difesa della vita e la difesa della vita umana, perché il difendere a ogni costo la vita ovunque là dove si manifesti, in qualsiasi forma si manifesti, porterebbe a definire come omicidio non solo spargere il proprio seme a fini non fecondativi, ma anche mangiare polli e ammazzare zanzare, per non dire del rispetto dovuto ai vegetali.

Conclusione: le attuali posizioni neofondamentalistiche cattoliche non solo sono di origine protestante (che sarebbe il meno) ma portano a un appiattimento del cristianesimo su posizioni insieme materialistiche e panteistiche, e su quelle forme di panpsichismo orientale per cui certi guru viaggiano con la garza sulla bocca per non uccidere micro-organismi respirando. Non sto pronunciando giudizi di merito su una questione certamente molto delicata. Sto rilevando una curiosità storico-culturale, un curioso ribaltamento di posizioni. Dev'essere l'influenza del New Age.

Quando levarono dal muro il primo mattone

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da "La repubblica" del 15/09/2009 - di Bernardo Valli

VARSAVIA - Il viaggio nell' 89 ha tante tappe obbligate, è ritmato da tante date decisive che conducono al crollo del Muro di Berlino, il 9 novembre, e poi, in dicembre, al tragico finale rumeno, con la fucilazione in Romania dei coniugi Ceausescu. L' esecuzione conclude l' anno, fino allora senza spargimento di sangue.
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Ritorneremo sui nostri passi, ma partendo dalla Polonia si impone una data: il 4 giugno 1989. A Pechino, quel giorno, sulla Tiananmen, la protesta dei giovani viene soffocata dai carri armati. Nelle stesse ore a Varsavia, e nel resto della Polonia, si svolgono le prime elezioni semilibere in una delle cosiddette democrazie popolari, ossia nei paesi comunisti all' ombra dell' impero sovietico. La tragedia cinese monopolizza l' attenzione del mondo e fa quasi ignorare il voto polacco, in quel momento marginale per l' attualità, ma che si rivelerà una delle tappe più significative dell' anno in cui cambia il mondo.

Ai due estremi dell' universo comunista avvenimenti simultanei sono affrontati con metodi opposti: in Asia con una violenza che condurrà a un comunismo di mercato di clamoroso successo; in Europa con uno zelo riformista che condurrà dritto al fallimento di un sistema irriformabile, e alla formazione di una nuova Europa.

Il comunismo cinese va al compromesso ideologico con un massacro. Il comunismo europeo tenta il compromesso con una revisione incruenta e impossibile.

Le regole del voto polacco sono singolari. Il 35 per cento dei seggi della Dieta, la Camera dei deputati,è accessibile ai candidati non comunisti, quindi a quelli del sindacato Solidarnosc, ormai riconosciuto dal regime. I restanti sono riservati al partito. Per il Senato invece l' elezione è libera, aperta a diverse candidature. L' insolito, anzi inedito voto di Varsavia, viene espresso in un clima d' attesa, in cui speranze e timori si alternano, in tutti gli angoli dell' impero sovietico. Esso è stato concordato, nei minimi particolari, due mesi prima durante un' eccezionale Tavola rotonda, cui hanno partecipato gli uomini del potere comunista e quelli del movimento democratico.

Quest' ultimo, nato durante gli scioperi di Danzica, nel 1980, è formato da tre correnti: la tendenza operaia di cui l' elettricista Lech Walesa è il simbolo; la tradizione cattolica e nazionalista; e la resistenza intellettuale, incarnata, tra gli altri (secondo Adam Michnik, uno dei protagonisti di Solidarnosc), da Czeslaw Milosz, Premio Nobel per la poesia. Il Partito non è monolitico: a una tendenza maggioritaria, refrattaria al revisionismo, se ne affianca una riformista che si esprime nel settimanale Polityka.

La Tavola rotonda e le successive elezioni, con la partecipazione di Solidarnosc, perseguitato da anni e appena uscito dalla clandestinità, sono state rese possibili dalla situazione creatasi nell' Europa dell' Est. Senz' altro dalla lunga lotta del sindacato democratico e dalla sua crescente influenza nella società polacca; ma anche dalle forti vampate nazionaliste che agitano le repubbliche dell' Urss; dai riformatori che in seno ai partiti comunisti nelle diverse capitali alzano sempre più la voce; dalla destituzione, a Budapest, di Janos Kadar provocata da quei riformatori; ma a elettrizzare il clima politico, in tutti i paesi comunisti, è quel che accade a Mosca.

Già dal 1986 Mikhail Gorbaciov, dall' anno prima segretario generale del partito, nel tentativo di riformare il sistema, immerso in una crisi economica e morale, ha promosso sul piano politico la glasnost (alla lettera «trasparenza»,e in senso figurato: la possibilità di esprimersi); e su quello economico la perestroika (la «ristrutturazione»).

L' evoluzione politica nell' Unione sovietica ad opera di Gorbaciov, dice Adam Michnik, è stato il motore principale dell' 89. Al contrario del nuovo segretario sovietico, convinto di una possibile revisione del sistema del quale era la massima autorità, i dissidenti polacchi pensavano però che quel tentativo avrebbe condotto alla inevitabile distruzione del blocco comunista. E quindi credevano in una imminente rivoluzione senza violenza, senza utopia né progetto. Una rivoluzione un giorno vittoriosa. Ma quando?

Negli anni Trenta l' Unione Sovietica poteva anche apparire, secondo Michnik, come il simbolo del progresso e dello sviluppo. Ma mezzo secolo dopo era diventata una società anacronistica. Inoltre l' antagonismo tra il modello sovietico, basato sul pensiero unico, e le diverse tradizioni nazionali dei paesi satelliti, era diventato controllabile soltanto con periodici interventi militari.

Come a Budapest nel ' 56 o a Praga nel ' 68. La dottrina Breznev, sulla sovranità limitata degli Stati socialisti, sembrava ormai di difficile applicazione, anche se la sua abolizione ufficiale sarebbe stata annunciata soltanto un mese dopo le elezioni polacche, durante il vertice del Patto di Varsavia (l' alleanza militare a guida sovietica) convocato a Bucarest.

E' in questa atmosfera che all' alba del 5 giugno 1989 i militanti di Solidarnosc, una dozzina in tutto, raccolgono i risultati del voto del giorno prima. Si sono annidati nel caffé Niespodzianka (il Caffé Sorpresa) armati di telefoni e lavagne sulle quali scrivono i dati in arrivo dai centri elettorali. I varsaviesi diretti al lavoro si fermano davanti al locale, sotto i portici di viale Marszalkowska, che parte da piazza della Costituzione, storica ribalta di Varsavia.

All' improvviso dalla folla sempre più densa si levano grida di gioia. I numeri sulle lavagne, appese fuori dal Niespodzianka, sono una rivelazione. Al Senato 99 eletti su 100 non sono comunisti. E alla Dieta tutti i candidati di Solidarnosc sono stati eletti. Mentre 15 dei 17 membri dell' Ufficio politico del partito hanno perduto il loro seggio. Il movimento democratico ha stravinto nelle prime elezioni semilibere. E' il trionfo di Solidarnosc. Il 18 agosto, sempre nel 1989, l' intellettuale cattolico Tadeusz Mazowiecki, membro di Solidarnosc, sarà nominato capo del governo. Il primo non comunista a ricoprire la carica nell' Europa centro-orientale.

Due anni dopo si dissolverà l' Unione Sovietica. Nelle varie capitali, i proconsoli comunisti erano inquieti. Seguivano con apprensione l' attività e le dichiarazioni degli esperti che circondavano Mikhail Gorbaciov. In particolare va ricordato Alexander Iakovlev, il più ascoltato dei consiglieri. Il quale, poco prima di morire (2005) spiegherà con orgoglio: «Noi abbiamo dato l' ordine ai nostri ufficiali e ai nostri soldati di non uscire dalle caserme, neppure per fare dello shopping».

Iakovlev pronuncerà queste parole riferendosi alle truppe sovietiche acquartierate nella Germania Orientale alla vigilia e durante la caduta del Muro, avvenuta in novembre. Ma già prima Oleg Bogomolov, un altro degli esperti di Gorbaciov, nella sua veste di presidente dell' Istituto di marxismo- leninismo presso il comitato centrale del partito sovietico, aveva creato perplessità o addirittura il panico, lasciando apertamente capire che l' interpretazione degli avvenimenti del ' 68 praghese poteva essere ristudiata.

I comunisti ortodossi avevano ragione di preoccuparsi: nel centro dell' impero si pensava a una revisione partendo dall' eresia della Primavera cecoslovacca, repressa vent' anni prima? A questo scenario si deve aggiungere che prima delle elezioni semilibere polacche di giugno, c' erano state in marzo le elezioni nell' Unione Sovietica: e il dissidente Andrei Sakharov, simbolo del male per i comunisti russi, liberato da Gorbaciov, era entrato nel Congresso dei deputati del popolo.

Sono in tanti ad aggiudicarsi il merito di avere contribuito, nell' Europa dell' Est, alla «primavera dei popoli». I polacchi hanno validi motivi. L' espressione romantica, un po' ottocentesca, di «primavera dei popoli», vuole riassumere gli avvenimenti verificatisi nel 1989, a breve distanza uno dall' altro, spesso quasi simultanei, come tante frane successive, inarrestabili, fino allo sgretolamento dell' Impero Sovietico, che arrivava nel cuore della Germania.

Gyorgy Lukàcs, il critico letterario e filosofo marxista, al quale chiedevo un giudizio sul comunismo, subito dopo l' invasione della Cecoslovacchia (eravamoa Budapest nel tardo ' 68), mi disse: «Pensi al cristianesimo quando aveva una sessantina d' anni. Anche il comunismo cambierà nei prossimi millenni». Vent' anni dopo la morte di Lukacs il sistema comunista, del quale lui, sia pur da una posizione critica, non riusciva neppure a immaginare la fine, è franato. Sarebbe morto nell' impossibile tentativo di riformarsi.

A Washington si pensa che la politica di Reagan, puntando sulla sfida degli armamenti, abbia messo alle corde l' Unione Sovietica, incapace di sostenere il confronto, anche sul piano economico.

A Berlino c' è chi è pronto a giurare che l' ostpolitik di Willy Brandt, vale a dire il dialogo con i paesi comunisti, abbia contribuito col tempo al crollo dell' impero.

In Vaticano si è convinti, con incontestabile ragione, che l' azione di Giovanni Paolo II, il papa polacco, abbia pesato. Le folle che attirò durante le sue visite in Polonia umiliarono il potere comunista. E si può sottolineare, adesso, che, senza il suo carisma e finita la situazione d' emergenza, nella Polonia democratica il partito cattolico (L' Unione nazionale cristiana), fondato nel ' 90, ha ottenuto meno voti di quello comunista.

Anchea Kabul si pensa che i mujahidin, provocando il disastroso ritiro delle truppe sovietiche dall' Afghanistan, abbiano inferto un colpo mortale all' URSS.

Adam Michnik ha comunque ragione quando dice che la prima grande «delegittimazione», a Est, è venuta dal sindacato polacco Solidarnosc.

sabato 19 settembre 2009

Ogni momento in conto

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"Questo c'è di buono (...) che non si soffre a lungo quando la testa viene troncata."

"Così dicono tutti, e perciò hanno inventato quella così detta ghigliottina. A me invece balenò allora il sospetto: e se invece è quello il colmo della sofferenza? Questo vi parrà strano, vi farà ridere… eppure…

Prendiamo, per esempio, la tortura: strazio, piaghe, scricchiolio di ossa, dolore materiale insomma, che distrae la vittima dalle sofferenze morali, fino a che non venga la morte. Ma il dolore principale, il più forte, non è già quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un'ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l'anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo.

Questa certezza è spaventosa. Tu metti la testa sotto la mannaia, senti strisciare il ferro, e quel quarto di secondo è più atroce di qualunque agonia. Questa non è una mia fantasia: moltissimi ci sono che pensano come me. E ve ne dico anche un'altra. Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto.

L'assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell'arma; e sempre spera, fino all'ultimo, di potersi salvare. Si sono dati casi, in cui l'assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, ovvero, supplicando, ha ottenuto grazia dai suoi assalitori. Ma con la legalità, quest'ultima speranza, che attenua lo spavento della morte, ve la tolgono con una certezza matematica, spietata.

Attaccate un soldato alla bocca di un cannone, e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte, e lo vedrete piangere o impazzire.

Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un tal colpo senza perdere la ragione? A che dunque questa pena mostruosa e inutile? Un solo uomo potrebbe chiarire il punto; un uomo cui abbiamo letto la sentenza di morte, e poi detto:"Va', ti è fatta la grazia!". Di un tal strazio anche Cristo ha parlato… No, no, è inumana la pena, è selvaggia e non può né deve essere lecito applicarla all'uomo".

[...]

"Ma sarà meglio parlarvi di un altro individuo, che conobbi or fa un anno. C'era, nel suo caso, una circostanza strana: dico strana, perché rara. Era stato condannato, insieme con altri, alla fucilazione. Per non so che delitto politico, doveva essere giustiziato. Gli fu letta la sentenza di morte. Se non che, venti minuti dopo, arrivò la grazia, cioè la commutazione della pena. Nondimeno, durante quei venti o quindici minuti, egli visse nella ferma convinzione che di lì a poco sarebbe morto. (…) E così egli distribuì il suo tempo: due minuti per dire addio ai compagni, due altri per raccogliersi e pensare a sé, un minuto per dare un'occhiata intorno. Aveva ventisette anni; era sano e robusto. Accomiatandosi da uno dei compagni, si ricordava di aver fatto una domanda insignificante e di averne aspettato con interesse la risposta. Agli addii successero i due minuti di raccoglimento. Sapeva già a che cosa avrebbe pensato: "Adesso sono vivo; ma fra tre minuti, che sarò? Qualcuno o qualche cosa, e dove?".

Non lontano sorgeva una chiesa, e la cupola dorata splendeva nel sole. Aveva guardato fisso a quella cupola: gli pareva che quei raggi ripercossi fossero la sua nuova natura e che fra tre minuti egli si sarebbe con essi confuso. L'ignoto che lo attendeva era certamente terribile; ma più assai l'atterriva l'assiduo pensiero: "E se non morissi? se la vita continuasse?... che eternità! e tutta, tutta a mia disposizione... Oh allora, di ogni minuto io farei una esistenza e non un solo ne perderei!"
Questo pensiero a tal segno lo invadeva, che avrebbe voluto esser fucilato all'istante."

(…)

"Siete un po' saltuario, principe", osservò Aleksandra. "Che volete provare, insomma? Che ogni attimo della vita è prezioso, e che a volte cinque minuti valgono più di un tesoro? E sia, ammettiamolo pure... Ma, scusate, a quel vostro amico che vi contava i suoi spasimi gli commutarono la pena, non è così? In altri termini, secondo lui e secondo voi, gli fecero dono di una vita senza fine, di un tesoro. E che ne fece egli di questo tesoro? Tenne poi conto scrupoloso di ogni minuto?"

"Nient'affatto! Glielo domandai una volta, e mi confessò di averne perduti molti."

"Cosí abbiamo una prova che utilizzare tutti, tutti i minuti della vita è impossibile... Per una ragione o per l'altra, fatto sta che non è possibile."

da "L' idiota", di F.M. Dostoevskij

venerdì 18 settembre 2009

Giustizia, legge, costituzione, mitezza

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Che la giustizia, la giustizia assoluta, sia sempre stata cercata non è un buon motivo per dire che possa anche essere trovata. Quante cose, lungo la nostra esistenza, cerchiamo e non troviamo. Si è tanto lavorato con argomenti solo apparentemente inoppugnabili e i risultati, le concezioni della giustizia, sono state tante, tutte altrettanto prive di valore assoluto, quanto dotate di attrattive soggettive. Si potrebbe perfino dire che proprio il grande, inesauribile e inesausto lavoro dei filosofi sulla giustizia è la migliore dimostrazione dell'irraggiungibilità della meta. (...) cercare la giustizia pensando di trovarla una volta per tutte e per tutti è insensato, ma rinunciare per questo motivo a cercarla sarebbe a sua volta un'amputazione della nostra umanità, una consapevole autoriduzione allo stato ferino. Nel discorso sulle beatitudini, il "discorso del monte", (Matteo, 5, 6 e 10) non si parla affatto dei giusti come di coloro che hanno trovato la giustizia e la mettono in pratica ma come di quelli "che hanno fame e sete di giustizia" e di quelli che sono "perseguitati per causa della giustizia". La giustizia che è concessa agli esseri umani è una ricerca, un andar cercando, lungo strade piene di pericoli. Dunque non si tratta di un abbaglio o di un miraggio ma di un aspetto della humana condicio.

(...)

Il principio "a ciascuno il suo" è forse il più antico principio della giustizia, un principio al quale nessuno saprebbe dire di no. Ma, purtroppo, è soltanto un principio formale, privo di contenuto. E', come si dice, una scatola vuota e, essendo vuota, ognuno di noi la può riempire come gli pare. Per questo è impossibile non essere d'accordo con questa formula che contiene un precetto che, a rigor di logica, chiunque, quale che sia il contenuto del suo agire, potrebbe dimostrare di avere rispettato. Il prezzo dell'accordo è la sua vacuità. (...) San Martino (...) incontrato un ignudo, scese da cavallo e divise in due, in parti uguali, il suo mantello. Questa è un'applicazione della massima "a ciascuno il suo". Ma ricorderà certamente anche quanto (quasi come il monito dantesco all'ingresso dell'inferno: lasciate ogni speranza...) stava scritto all'ingresso del campo nazista di Buchenwald, come benvenuto preparato per ebrei, oppositori politici, deportati di ogni genere: Jedem das Seine, a ciascuno il suo. Che cosa dire, se non che si tratta di una formula completamente vuota di significato? Così come vuote sono del resto tutte le formule assolute della giustizia. Vale la regola che, se sono assolute, sono vuote; se fossero piene, non sarebbero assolute ma relative; varrebbero cioè per uno ma non necessariamente per un altro; in un tempo, in un luogo, ma non in altri tempi e luoghi.

Quel che non è detto è che cosa sia "il suo", cioè quel che ognuno si merita. Anche le specificazioni: a ciascuno ciò che corrisponde al suo merito, alle sue opere, ai suoi bisogni ecc. sono solo apparenti. Chi determinerà l'indeterminato? E come lo determinerà? Questo è il punto decisivo. Perfino l'apparentemente meno ambiziosa definizione utilitaristica della giustizia: il maggior bene diviso per il maggior numero, tace sul punto essenziale, che cosa sia il bene (e che cosa sia il male). Le formule generali della giustizia non faranno altro che ratificare quel che sarà deciso da parte di chi avrà il potere di decidere.

(...)

Si tratta di prendere atto che nelle nostre società vivono numerose concezioni della vita giusta e che queste sono continuamente in confronto le une con le altre, si influenzano reciprocamente e, a contatto tra loro e in presenza di situazioni e problemi in precedenza sconosciuti, si modificano, muoiono e altre ne prendono il posto. Questa situazione, potremmo dire, di pluralismo, e anche di relativismo della giustizia, rende impossibile - aggiungo: per nostra fortuna - la giustizia assoluta, quella giustizia di cui abbiamo già visto i pericoli. Il diritto, in molte situazioni, da strumento di imposizione formale della giustizia, nella sua nozione esclusiva vigente, diventa allora la via della convivenza tra le diverse concezioni della vita giusta. Naturalmente esistono dei fondamentali comuni a tutti, senza i quali una società non sarebbe una società e la stessa coesistenza delle plurime concezioni della giustizia non potrebbe darsi. Un nucleo minimo di diritto forte, spesso presidiato dalla sanzione penale, non può dunque non esistere. Ma al di là di questo, il diritto deve farsi mite, per essere strumento di convivenza delle diversità. Uno dei maggiori problemi costituzionali che oggi abbiamo davanti agli occhi è qual'è il confine tra questi due ambiti, fin dove il legislatore può spingersi a imporre regole uniformi che mortificano la diversità e a partire da dove, invece, le diversità devono essere rispettate.

(...)

La costituzione non è affatto il comando di un legislatore supremo, di un'autorità sovrana. E' invece il punto d'incontro, l'accordo, il compromesso che sta alla base della convivenza di tanti soggetti, portatori di identità politiche diverse che cercano di combinarle in un patto di convivenza. Nell'epoca del pluralismo, domani del "multiculturalismo", continuare a dire che la costituzione è una""decisione sovrana", ripetendo formule adeguate forse a momenti costituzionali del passato, significa impedire a sè e agli altri la comprensione del tempo presente.

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La costituzione sta "sopra", quando la si fa valere come norma più elevata (higher law) per contrastare la politica che si avvalesse di leggi incostituzionali. Questo modo di vedere è tipico delle giurisdizioni costituzionali e sta alla base del controllo di costituzionalità delle leggi. (...) Al tempo stesso, la Costituzione è da concepirsi come legge fondamentale (basic law), legge che fornisce le fondamenta al pavimento dell'abitazione, secondo l'espressione che si trova nella Opinione sulla giuria costituzionale dell'abate Sieyè (1795). Mentre la legge più alta suggerisce un'idea di repressione delle deviazioni incostituzionali, la legge che sta al fondo suggerisce piuttosto un'idea di radici e di sviluppo alimentato dalle radici, e ciò tanto più in quanto la Costituzione sia ricca di principi che chiedono di essere progressivamente attuati.

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Il diritto non vive di se stesso, ma vive di noi che agiamo per creare le sue premesse.

da "La virtù del dubbio - Intervista su etica e diritto a Gustavo Zagrebelsky" - a cura di Geminello Preterossi

Lebensrecht (e non ce lo siamo ancora levati dalle scatole)

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Il 30 giugno del 1934, giorno fatidico per il nazismo, reparti speciali delle SS e della Goring-Polizei, con la partecipazione diretta di Hitler, avevano proceduto all'eliminazione del comandante e dei quadri delle SA, le Sturmabtleilungen di Ernst Rohm, divenuti pericolosi concorrenti nella conduzione della "rivoluzione nazionalsocialista". Fu un massacro efferato, un vero e proprio macello, e Hitler ne rivendicò il merito davanti a un Reichstag grato e commosso, il 13 luglio, autoproclamandosi giudice supremo (oberster Gerichtsherr) del popolo tedesco:
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" Se qualcuno mi rimprovera e mi domanda perchè non sono ricorso ai tribunali regolari, posso dire solo questo: in quell'ora io ero responsabile del destino del popolo tedesco ed ero quindi il suo giudice supremo".
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Dal canto suo, il Gabinetto del Reich, il 3 luglio, con un decreto di una sola frase aveva tolto all'azione ogni carattere illegale, confondendo legge e "giustizia", facendo della legittimità il moltiplicatore di potenza della legalità: "Le misure adottate il 30 giugno [...] al fine di stroncare gli assalti dei traditori sono azioni legittime di autodifesa dello Stato".
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Noi qui vediamo un caso di parossismo legislativo che trasforma il delitto in diritto supremo, ma non era così agli occhi dei contemporanei che partecipavano, attivi o passivi, al delirio della propaganda nazista.
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Più interessante è la disgustosa adulazione che leggiamo in un testo, scritto da Carl Schmitt, a quell'epoca presidente dell'Associazione dei giuristi tedeschi, con l'intento di porre la scienza giuridica tedesca al servizio del Fuhrer. Il testo in questione, non più ripubblicato dall'autore in sillogi retrospettive delle proprie opere, non è tuttavia soltanto un atto di impressionante piaggeria verso il potere, come di solito le numerose, affrettate letture attuali inducono a credere, ma è l'abbozzo di dottrina giuridica basata sul legame strutturale, anzi come immedesimazione del diritto in una sostanza "giusta": immedesimazione che conduce all'apoteosi del potere. Leggiamone quakche passo, a cominciare dalla citazione con cui inizia:
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Durante l'incontro annuale dei giuristi tedeschi tenutosi a Lipsia il 3 ottobre 1933, il Fuhrer ha messo in evidenza il contrasto tra un diritto sostanziale, intriso di moralità e giustizia, e una vuota legalità improntata a falsa neutralità e ha mostrato l'intima contraddizione del sistema weimeriano [il sistema della Costituzione democratica di Weimar, del 1919] che ha trovato il suo tramonto in quella legalità priva di contenuto e si è consegnato così ai suoi nemici. E ha concluso: "ciò sia di monito".
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Schmitt procede così:
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appare significativo del cieco modo di pensare del legislatore liberale il fatto che si sia cercato di fare del diritto penale il lasciapassare, la Magna Charta del criminale. Il diritto costituzionale si è di conseguenza trasformato nella Magna Charta dei traditori della patria. La giustizia diventa così una questione contabile, sul cui regolare e prevedibile funzionamento il criminale può accampare un sacrosanto diritto soggettivo. Lo Stato, così come il popolo, è invece prigioniero di una legalità senza respiro. Nei casi di estrema necessità vengono loro concesse apocrife vie d'uscita, che alcuni giuristi liberal riconoscono praticabili a determinate condizioni, mentre da altri esse vengono comunemente negate nel nome dello Stato di diritto in base alla considerazione che esse sono "giuridicamente inesistenti".
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Secondo tali concezioni, l'azione condotta dal Fuhrer può essere considerata esclusivamente come un provvedimento posto in essere in stato di necessità, bisognevole di essere legalizzato ex post, con allusione al citato decreto del 3 luglio, che qui Schmitt considera addirittura superfluo. Un principio di fondamentale importanza del nostro diritto costituzionale attuale, vale a dire quello della prevalenza politica della Fuhrung, viene il tal modo trasformato in una frase senza importanza e il ringraziamento che il Parlamento ha tributato al Fuhrer in nome del popolo tedesco viene spacciato per una semplice indennità, se non per un'assoluzione. La conclusione è questa:
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In realtà l'azione del Fuhrer è stata espressione del diritto allo stato puro. Essa non è soggetta ai tribunali perchè è stata essa stessa somma giustizia. Non si è trattato dell'azione di un qualunque dittatore repubblicano che - approfittando di uno spazio vuoto in un sistema giuridico (che magari per un attimo ha chiuso gli occhi) - ha posto in essere una data condotta, per poi lasciare il posto, a fatto compiuto, alla finzione di una esasperata legalità. La giurisdizione del Fuhrer promana dalla stessa fonte del diritto da cui deriva tutto il diritto di ogni popolo. Nei casi di estema necessità si mette alla prova il sommo diritto e si realizza la massima espressione giuridico-punitiva di tale diritto. Tutto il diritto promana dal diritto all'esistenza (il lebensrecht) del popolo. Ogni legge dello Stato, ogni sentenza, contengono diritto solamente nella misura in cui viene accordata loro da tale fonte. Tutto il resto non è diritto, ma un insieme positivizzato di leggi che contengono vincoli di cui il delinquente si fa gioco.
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da "La virtù del dubbio - Intervista su etica e diritto a Gustavo Zagrebelsky" - a cura di Geminello Preterossi

mercoledì 16 settembre 2009

La leggenda del grande inquisitore (parte V)

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Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:
– Ma... è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesú e non la condanna... come tu volevi. E chi ti crederà là dove parli della libertà? È cosí, è forse cosí che va intesa? È quello il concetto che ne ha l’ortodossia?... Quella è Roma, e neppure tutta Roma, sbaglio, sono i peggiori fra i cattolici, sono gli inquisitori, i gesuiti!... E un personaggio fantastico come il tuo inquisitore non può esistere affatto. Che cosa sono quei peccati degli uomini che egli ha presi su di sé? Chi sono quei detentori del mistero, che si sono addossata non so quale maledizione per la felicità degli uomini? Quando mai si son visti? Noi conosciamo i gesuiti, se ne parla male, ma sono forse come i tuoi? Non sono affatto cosí, sono tutt’altra cosa... Sono semplicemente l’armata romana per il futuro regno universale terreno, con l’imperatore, il pontefice romano, alla testa... ecco il loro ideale, ma senza nessun mistero e nessuna sublime tristezza... La piú semplice brama di potere, di sordidi beni terreni, di asservimento... una specie di futura servitú della gleba, nella quale essi sarebbero i proprietari fondiari... ecco tutto quello che essi vogliono. Forse non credono nemmeno in Dio. Il tuo inquisitore con le sue sofferenze non è che una fantasia...
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– Fermati, fermati! – rise Ivàn, – come ti sei scaldato! Fantasia, tu dici, sia pure! Fantasia, certo. Permetti però: credi tu davvero che tutto questo movimento cattolico degli ultimi secoli non sia in realtà che una brama di potere in vista soltanto di beni volgari? È forse padre Paisio che t’insegna cosí?
– No, no, al contrario, padre Paisio diceva una volta perfino qualcosa del tuo genere...
ma era una cosa diversa, certo, tutta diversa, – si riprese Aljòsa.
– Informazione preziosa, però, nonostante il tuo “tutta diversa”. Io ti domando: perché i tuoi gesuiti e inquisitori si sarebbero collegati solo in vista di beni materiali e volgari? Perché non può incontrarsi fra di loro neanche un solo martire, tormentato da una nobile sofferenza e amante dell’umanità? Vedi: supponi che fra tutti questi uomini non desiderosi che di sordidi beni materiali se ne sia trovato anche uno solo come il mio vecchio inquisitore, che abbia mangiato anche lui radici nel deserto e si sia accanito a domare la propria carne per rendersi libero e perfetto, ma che però abbia in tutta la sua vita amato l’umanità: a un tratto ha aperto gli occhi e ha veduto che non è una gran felicità morale raggiungere la perfezione del volere, per doversi in pari tempo convincere che milioni di altre creature di Dio sono rimaste imperfette, che esse non saranno mai in grado di servirsi della loro libertà, che dai miseri ribelli non usciranno mai dei giganti per condurre a compimento la torre, che non per simili paperotti il grande idealista ha sognato la sua armonia... Dopo aver compreso tutto ciò, egli è tornato indietro e si è unito... alle persone intelligenti. Non poteva questo accadere?
– A chi si è unito, a quali persone intelligenti? – esclamò Aljòsa quasi adirato. – Essi non hanno né tanta intelligenza, né misteri o segreti di sorta... Forse soltanto l’ateismo, ecco tutto il loro segreto. Il tuo inquisitore non crede in Dio, ecco tutto il suo segreto!
– E anche se fosse cosí? Infine tu hai indovinato. È proprio cosí, è ben qui soltanto che sta tutto il segreto, ma non è forse una sofferenza, almeno per un uomo come lui, che ha sacrificato tutta la sua vita nel deserto per una grande impresa e non ha perduto l’amore per l’umanità? Al tramonto dei suoi giorni egli acquista la chiara convinzione che unicamente i consigli del grande e terribile spirito potrebbero instaurare un qualche ordine fra i deboli ribelli, “esseri imperfetti e incompiuti, creati per derisione”. Ed ecco che, di ciò convinto, vede come occorra seguire le indicazioni dello spirito intelligente, del terribile spirito della morte e della distruzione, e, all’uopo, accettare la menzogna e l’inganno, guidare ormai consapevolmente gli uomini alla morte e alla distruzione, e intanto ingannarli per tutto il cammino, affinché non possano vedere dove sono condotti affinché questi miseri ciechi almeno lungo il cammino si stimino felici. E nota: l’inganno è compiuto in nome di Quello nel cui ideale il vecchio ha per tutta la sua vita cosí appassionatamente creduto! Non è questa un’infelicità? E anche se un solo uomo simile si fosse trovato alla testa di tutta quell’armata “avida di potere in vista di soli beni volgari”, non sarebbe sufficiente quest’unico perché si avesse la tragedia? Piú ancora: basterebbe che ci fosse alla testa un solo uomo cosí perché si scoprisse, finalmente, la vera idea direttiva di tutta l’opera di Roma, con tutte le sue armate e i suoi gesuiti, l’idea suprema dell’opera stessa. Te lo dico schietto, io credo fermamente che quest’unico non sia mai mancato fra quelli che erano alla testa del movimento. Chissà, ce ne sono stati anche fra i pontefici romani! Chissà, questo vecchio maledetto, che cosí ostinatamente e cosí a modo suo ama l’umanità, esiste forse anche oggidí sotto l’aspetto di tutta una schiera di vecchi consimili, e non già casualmente, ma perché esiste come un accordo, come una segreta alleanza, già da gran tempo stabilita per custodire il mistero, per salvaguardarlo dagli uomini sventurati ed imbelli, allo scopo di rendere costoro felici. Cosí è senza dubbio, e cosí dev’essere. Io immagino che perfino i massoni abbiano, fra i loro principi, qualcosa di analogo a questo mistero e che i cattolici odino tanto i massoni perché vedono in essi dei concorrenti, che spezzano l’unità dell’idea, mentre unico deve essere il gregge e unico il pastore... Del resto, difendendo il mio pensiero, io ho l’aria di un autore che non sopporta la tua critica. Ma basta di ciò!
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– Sei forse massone anche tu! – sfuggí ad Aljòsa. – Tu non credi in Dio, – soggiunse, ma ormai con profonda amarezza. Gli parve inoltre che il fratello lo guardasse con fare canzonatorio. – E come termina il tuo poema? – domandò a un tratto, con lo sguardo a terra, – o è già terminato?
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– Io volevo finirlo cosí: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piú... non venire mai piú... mai piú!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.
– E il vecchio?
Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.
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da "I fratelli Karamazov", di F.M. Dostojevskij