domenica 24 gennaio 2010

Alea iacta est

.
.
Un diritto ad personam
di Franco Cordero - da "La Repubblica" del 23/01/2009

Nelle classifiche dei paesi evoluti l' Italia naviga male e detiene un primato poco invidiabile, lo stile criminofilo. "Stilus" significa anche procedura.

In penale, quando ho dato l' esame sessant' anni fa, era materia risibile, imparata su libercoli: fino al 1938 addirittura assente dal programma accademico; stava relegata nell' ultimo, trascurabile capitolo del corso penalistico.

Carnelutti la chiamava Cenerentola. Tra i penalisti eminenti era quasi punto d' onore schivarla, mirando diritto alla discussione nel merito: se quel fatto sia avvenuto; chi l' abbia commesso; come qualificarloe via seguitando. Adesso rende servizi loschi.

Il codice nato ventun anni fa doveva chiudere l' epoca postinquisitoria ma i legislatori non sapevano cosa significhi "processo accusatorio": significa forme sobrie, garanzie serie, agonismo leale, rigorosa economia del contraddittorio; in mano loro diventa cavillo micromaniaco, invadente, esoso, comodo nelle furberie ostruzionistiche; e la XIII legislatura completa la perversione codificando teoremi filati dalla Bicamerale (sui quali Licio Gelli vanta un diritto d' autore); sotto insegna centrosinistra spirava aria berlusconoide.

La prassi attua una metamorfosi. Chiamiamola arte del sur place: difese con poche chances nel merito giocano partite dilatorie; sparisce l' autentica questione, se l' asserito reato esista e chi l' abbia commesso; futili schermaglie sfruttano i torpori dell' apparato sovraccarico, finché il tempo inghiotta i reati.

Fanno storia le campagne giudiziarie dell' Unto: dopo tanto rumore resta un delitto estinto; altrove tagliava corto abolendo la norma incriminante, vedi falso in bilancio.

Dopo sette anni e mezzo al vertice dell' esecutivo, avendo sconvolto l' ordinamento nel suo privatissimo interesse, corre ancora rischi penali: persa l' immunità fornitagli dai due lodi, invalidi come la legge con cui aveva sotterrato l' appello del pubblico ministero, gioca grosso macchinando un istituto senza eguali nel museo dei mostri giudiziari.

I processi italiani sono patologicamente lunghi (abbiamo appena visto perché): in proposito l' Italia figura male; cresce l' esborso alle vittime d' una giustizia tardiva; e il dl n. 1880, su cui Palazzo Madama ha votato mercoledì 20 gennaio, quadra i circoli riprendendo l' idea d' una sinistra toccata dal virus bicamerale.

Eccola: imporre dei termini, scaduti i quali ogni processo ancora pendente vada in fumo; colpevoli o innocenti, tutti fuori, sotto lo scudo del ne bis in idem; allegramente liquidati i carichi pendenti, la giostra riparte.

Figure da commedia dell' arte, divertenti ma non attecchiranno, finché il diritto sia ancora cosa seria. Sarà il quarto capolavoro berlusconiano abortito davanti alla Consulta. Vari i motivi. Consideriamone alcuni.

Esiste l' articolo 112 della Costituzione: l' azione penale è obbligatoria; se non agisce, il pubblico ministero, deve chiedere un provvedimento che lo sciolga dall' obbligo, perché rebus sic stantibus l' accusa sarebbe insostenibile; e rimane aperta la via d' ulteriori apporti. Azione obbligatoria, quindi irretrattabile: ciascuno dei due caratteri implica l' altro; mosse dall' attore pubblico, le ruote girano da sole, mentre nei sistemi anglosassoni può desistere (allora drops the prosecution ); quando cambia idea, chieda l' assoluzione; il giudice dirà se vi sia o no un colpevole. Questo sistema esclude processi evanescenti allo scadere dei termini: equivarrebbero all' accusa lasciata cadere; ogni procedimento bene aperto, dove non ricorrano fatti estintivi del reato, esige la decisione nel merito (salvo un singolo caso, il non liquet previsto dall' articolo 202, comma 3, qualora il segreto di Stato interdica la prova sine qua non). L' articolo 112 della Costituzione è tra i più aborriti nel bestiario nero del monarca; e sappiamo cosa covi quando elucubra revisioni costituzionali: procure agli ordini del ministro affinché i possibili affari penali passino nel filtro delle convenienze. Sedici anni fa chi voleva insediare in via Arenula? Cesare Previti, uomo sicuro.

Secondo profilo d' invalidità: l' occupante scatena un terremoto pro domo sua; il mostro deve valere nei giudizi pendenti; così stabilisce l' articolo 2, escludendo appello e Cassazione (irragionevolmente: articolo 3 della Costituzione). Anche in tali limiti la novità affossa procedimenti a migliaia: è amnistia sotto nome diverso, anzi l' effetto risulta più grave, perché l' amnistia estingue i reati, mentre qui, svanendo il processo, non consta niente, e magari esistono prove più chiare del sole; ma le amnistie richiedono leggi votate in ogni articolo da due terzi delle Camere (articolo 79 della Costituzione).

Terzo profilo (stiamo enumerando i macroscopicamente rilevabili). I processi lunghi non dipendono da operatori poltroni, hanno cause organiche: ipertrofia legislativa, apparato povero, gli pseudogarantismi sotto la cui ala l' augusta persona guadagnava tempo; né questa politica criminofila vuol rimuoverle. Supponiamo che un processo su sette sconfini dai termini estinguendosi. La giustizia penale diventa lotteria: essere o no quel fortunato dipende da imponderabili, fuori d' ogni criterio legale, nella sfera del caso (tanto peggio se fosse manovrato sotto banco); Bridoye, racconta Rabelais, emetteva sentenze tirando i dadi. Valutato secondo l' articolo 3 della Costituzione, l' intero meccanismo appare perverso.

La ventesima legge ad personam salva l' ipotetico corruttore nel caso Mills, perché il procedimento pende davanti al Tribunale da oltre due anni, id est un quarto della pena massima. Supponiamo una notitia criminis precoce, indagini rapidissime, udienza preliminare trascinata ad defatigandum e altrettanto il dibattimento: scaduti due anni, scatta il praestigium; il processo era fuoco fatuo; Monsieur ridiventa innocente, anche se le prove lo inchiodano, quando l' ipotetico reato sarebbe prescritto solo in otto anni (articolo 157 codice penale), anzi dieci, contando gl' incrementi da fatti interruttivi. I numeri misurano l' assurdo dell' avere un padrone senza barlumi d' etica.

domenica 17 gennaio 2010

Il poeta e il Poeta

.
.
Felice il viandante che dopo un viaggio lungo, noioso, coi suoi geli, il fango, la sporcizia, e gli assonnati mastri di posta, il tintinnio dei sonagli, le riparazioni, gli alterchi, i postiglioni, i fabbri e ogni tipo di canaglia da strada, scorge alfine il noto tetto coi lumicini che gli si fanno incontro, e gli si parano davanti le note stanze, il grido gioioso dei suoi che corrono ad accoglierlo, il frastuono e il ruzzare dei bambini e i quieti, rasserenati discorsi, interrotti da effusioni ardenti, capaci di scacciare qualsiasi triste ricordo dalla memoria. Felice il padre di famiglia che possiede un simile angoletto, ma guai allo scapolo!

Felice lo scrittore che lasciando in disparte i personaggi noiosi, ripugnanti, che colpiscono per la loro squallida realtà, s'accosta a personaggi che mostrano invece l'alta dignità dell'uomo; lo scrittore che dal gran gorgo delle immagini che quotidianamente gli ruotano attorno ha scelto alcune rare eccezioni, e che non ha mutato nemmeno una volta il tono elevato della sua lira, non s'è abbassato dalla sua vetta incontro ai poveri fratelli insignificanti e, senza mai sfiorare la terra, s'è dato tutto alle sue aeree figure, così lontane da quella stessa terra.

Due volte invidiabile è il suo splendido destino: egli, in mezzo a loro, è come in seno alla sua famiglia natale; e nel frattempo la sua fama si diffonde ampia e sonora. Egli vela d'una caligine inebriante gli occhi degli uomini, li lusinga in maniera prodigiosa, celando quanto di triste vi è nella vita, e mostrando loro l'uomo meraviglioso. Tutto, plaudendo, lo segue e si slancia dietro al suo cocchio trionfale. Lo chiamano sommo poeta universale, innalzandolo ben al di sopra di tutti gli altri geni del mondo, come l'aquila sinnalza al di sopra degli altri uccelli d'alto volo. Al solo udire il suo nome sono presi d aun palpito i giovani cuori appassionati, in tutti gli occhi rilucono copiose le lacrime in rispsota... Non c'è nessuno che abbia la sua forza, egli è un dio!

Ma non è tale il destino, e diversa è la sorte dellos crittore che osa evocare in superficie tutto ciò che è in ogni istante davanti ai nostri occhi, e che gli occhi indifferenti non vedono, il terribile, sorprendente sedimento di minutaglie che avviluppa la nostra vita, tutta la profondità dei caratteri freddi, frammentati, triviali, dei quali brulica la nostra via terrena, talvolta amara e noiosa, e con la forza possente dell'implacabile cesello osa porli in rilievo e in piena luce agli occhi di tutto il pubblico! Non a lui è dato raccogliere il plauso dei popoli, non a lui è dato contemplare lacrime riconoscenti e l'unanime entusiasmo delle anime da lui sconvolte; non a lui toccherà obliarsi nel dolce incanto dei suoni che egli stesso ha creato; e infine, non a lui toccherà sfuggire al giudizio contemporaneo, a quel giudizio contemporaneo ipocrita e indifferente, che giudicherà insignificanti e basse le creazioni da lui vagheggiate, gli assegnerà un angoletto spregevole nel novero degli scrittori che offendono l'umanità, attribuendogli le qualità dei personaggi da lui raffigurati, negandogli sia un cuore, sia un'anima, sia il sacro fuoco del talento.

Poichè il giudizio contemporaneo non riconosce che sono egualmente meravigliose le lenti che contemplano gli astri e quelle che restituiscono i movimenti di invisibili insetti; poichè il giudizio contemporaneo non riconosce che occorre molta profondità d'animo per rischiarare una scena presa da una vita spregevole, ed elevarla a perla della creazione; poichè il giudizio contemporaneo non riconosce che il riso alto e ispirato merita di stare alla pari dell'alto empito lirico e che un abisso lo separa dalle smancerie di uno skomoròch da baraccone!

Non riconosce tutto questo il giudzio contemporaneo, e tutto volge a rimprovero e a insulto dello scrittore misconosciuto; senza consensi, senza risposta, senza segni di attenzione, come un viandante senza famiglia, egli se ne resta solo in mezzo alla strada. Duro è il suo cammino nella vita, ed egli assapora con amarezza la propria solitudine.

da "Le anime morte" di Gogol'

mercoledì 6 gennaio 2010

Undercover power

.
.
da "La Repubblica" del 6/01/2010 - di Giuseppe D'Avanzo

ROMA - Agenti della Cia sequestrano Abu Omar, un cittadino egiziano, a Milano. L'intelligence italiana ha collaborato all'extraordinary rendition? Segreto di Stato, dice Berlusconi.

L'archivio di dossier raccolto da Nicolò Pollari, direttore del Sismi, in un "ufficio riservato" in via Nazionale a Roma era legale o illegale? Quali potevano essere le finalità istituzionali per spiare, a partire dal 2001 e intensamente fino al 2003 e saltuariamente fino al 2006, quattro procure della Repubblica (Milano, Torino, Roma, Palermo), 203 giudici (47 italiani) di 12 paesi europei e giornalisti e leader dell'opposizione del centrosinistra? Qual era l'"interesse nazionale" che consigliava di sorvegliarne le iniziative; di intimidirli con operazioni di disinformazione; di screditarli con manovre "anche traumatiche"? Segreto di Stato, dice Berlusconi.

Quali "motivi istituzionali" imponevano al capo del controspionaggio del Sismi, Marco Mancini, un lavoro comune con la Telecom di Marco Tronchetti Provera, la security di Giuliano Tavaroli, l'intelligence privata di Emanuele Cipriani? Segreto di Stato, dice oggi Berlusconi.

Le tre decisioni del governo, che liquidano anni di indagini, processi in corso e cancellano, con le pratiche oscure di una burocrazia dello Stato, ogni trasparenza e i diritti delle "vittime" spiate, screditate, violate nella loro privacy, inaugurano un nuovo, pericoloso corso del "segreto" nella vicenda pubblica italiana.

L'attività dei servizi di informazione, dal punto di vista operativo, mira alla raccolta di notizie utili alla salvaguardia non solo dell'indipendenza e dell'integrità dello Stato (riconducibili alla politica estera e di difesa), ma anche (sul piano interno) alla tutela dello Stato democratico e delle istituzioni che lo sorreggono.
Per usare le formule del decreto del presidente del Consiglio (pubblicato in Gazzetta Ufficiale 16 aprile 2008) gli "interessi supremi da difendere con il segreto di Stato" sono "l'integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali; la difesa delle Istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento; l'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e le relazioni con essi; la preparazione e la difesa militare dello Stato".

A vista d'occhio, non c'è alcuna connessione tra questi "interessi supremi" e il lavoro sporco del Sismi di Nicolò Pollari.

Come si può credere che il dibattito culturale di un'associazione europea di magistrati minacci l'integrità della Repubblica italiana?

Come si può pensare che un'inchiesta giornalistica pregiudichi l'indipendenza dello Stato?

Come si può immaginare che la pubblica riflessione di un'opposizione parlamentare, le sue iniziative possano rappresentare una minaccia per la difesa dello Stato?

Nel caso dell'archivio riservato di via Nazionale, nell'affaire Telecom, nel sequestro Abu Omar, l'interpretazione delle regole del generale Nicolò Pollari e ora i provvedimenti di Berlusconi hanno creato un sillogismo deforme.

Lo Stato, la Repubblica, le Istituzioni sono il governo, qualunque siano le sue decisioni, mosse, progetti e responsabilità. Ogni opposizione al governo - controllo giurisdizionale o informazione o convinzione culturale o dissenso politico - diviene immediatamente nell'azzardata dottrina del generale, ora confermata dal presidente del Consiglio, "una minaccia alla sicurezza nazionale", quindi un'eversione che giustifica ogni mezzo, ogni attività di spionaggio, finanche una "pianificazione traumatica".

Per anni, si è voluto rappresentare questo sentiero stortissimo con una tautologia. Si è detto, l'intelligence è l'intelligence: si sa, lavora con metodi sporchi, spesso oltre i confini della legalità. Ma la questione che dovrebbe interrogarci non si nasconde nel metodo, ma nel fine. Non è nell'illegalità possibile del lavoro di intelligence, ma nella legittimità di quel lavoro che trova ragioni soddisfacenti e adeguate soltanto "nella difesa dello Stato" e non può trovarle, come è accaduto al Sismi di Pollari, nella protezione di un equilibrio politico; nello scudo per un governo (quale che sia); nell'aggressione ad altre indipendenti funzioni dello Stato (la magistratura), della politica (l'opposizione), della società (la stampa), dell'economia e, infine, nella creazione di un potere "autonomo", extraistituzionale che si offre al miglior offerente politico.

Questa mutazione genetica di una burocrazia dello Stato, del suo lavoro con licenza di delinquere e l'asimmetria tra compiti istituzionali e pratiche quotidiane ha oggi la firma, il timbro, la convalida del presidente del Consiglio.

E' una decisione che fa leva su una sentenza della Corte Costituzionale definita da molti costituzionalisti "scandalosa". Con la pronunzia n.106/2009, la Consulta sostiene che "l'individuazione degli atti, dei fatti, delle notizie che possono compromettere la sicurezza dello Stato e che devono rimanere segreti" costituisce il risultato di una valutazione "ampiamente discrezionale". E' un giudizio che esclude ogni sindacato giurisdizionale perché, sostiene la Corte, ne sarebbero capovolti "i criteri essenziali del nostro ordinamento" a cominciare da quello secondo cui "è inibito al potere giurisdizionale di sostituirsi al potere esecutivo e alla pubblica amministrazione e di operare il sindacato di merito sui loro atti". A giudizio della Corte costituzionale, l'esercizio del potere di segretazione è assoggettato soltanto al Parlamento, "la sede normale di controllo nel merito delle più alte e più gravi decisioni dell'Esecutivo".

Dovrebbe essere dunque il Parlamento, con il suo comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), a decidere se è coerente e corretta la copertura del segreto di Stato alle attività di un "apparato" legale/clandestino del tutto "visibile" tra il 2001 e il 2006, come ha provato a documentare Repubblica nel corso del tempo.

Una piattaforma spionistica, nata con la connessione dello spionaggio militare con diverse branche dell'investigazione, a partire dall'intelligence business della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing; con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove è esistita una "control room" e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: poteva entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato".

E' proprio qui il punto dolente e minaccioso dell'affare Telecom che il segreto di Stato ora cancella. Quante sono le informazioni, i dossier - per dirla tutta, i ricatti - che possono condizionare il lavoro del parlamento, dei parlamentari, dei partiti, delle loro leadership?

E' stato sempre e soltanto questo il nodo avvistato dentro i traffici di quella "piattaforma spionistica" che le indagini di una timida (o intimidita) magistratura e un processo avrebbero dovuto sciogliere e che ora la decisione di Berlusconi taglia di netto.

Per dirne una, durante la legislatura 2001/2006, quell'"agglomerato oscuro fatto di agenzie di investigazione e polizie private in combutta con infedeli servitori dello Stato che si muove in una logica di ricatto" - "uno spettacolo spaventoso" lo definì Marco Minniti, viceministro agli Interni del governo Prodi - ha raccolto, "con cadenza semestrale", informazioni in Europa su presunti finanziamenti dei Democratici di Sinistra. E' il "dossier Oak" (Quercia), alto una spanna, denso di conti correnti, bonifici, addirittura con i nomi e i cognomi di presunti "riciclatori" e "teste di legno" dei finanziamenti occulti dei Ds che fanno capo ai leader del partito.

Sono informazioni (vere o false, non importa) che possono pesare sul controllo parlamentare degli atti dell'Esecutivo?

Ora che il segreto di Stato impedirà di portare alla luce anche soltanto lacerti delle sue attività, quanto peserà sul "mercato della politica" la presenza di quel network spionistico e gli archivi che ha messo insieme? Se il "potere democratico" è, come scriveva Norberto Bobbio, il "governo del potere pubblico in pubblico", oggi va registrato il minaccioso ritorno del regno del segreto, degli arcana (imperii e dominationis), della "ragion di Stato", della mai morta Italia dei ricatti. La qualità della nostra democrazia non ne può guadagnare.

giovedì 31 dicembre 2009

The whipping boy

.
Prince Edward's whipping boy
.
Whether or not it is a bad thing to get punished will largely depend upon the punishment, but when you deserve to be punished, and some one else is at hand to receive it in your stead, then punishment is apt to become a farce. Just consider this: I deserve the whipping, but you are hired to take it for me. Perhaps you think this is a joke, but I am really in earnest. I am alluding to a practice which was actually once in vogue—though never to a great extent—in this and other countries. By whipping one boy instead of another it was hoped that the feelings of the offender would be so worked upon, that he would refrain from doing wrong rather than have an innocent lad punished.

Well, the long retinue of servants in the households of kings usually included a whipping-boy, kept to be whipped when a prince needed chastisement. What a funny occupation!
D'Ossat and Du Perron, who ultimately rose to the dignity of cardinals in the Roman Catholic Church, were whipped by Pope Clement VIII. in the place of Henri IV. And there stood for Charles I. a lad called Mungo Murray, whose name would seem to show that he was of Scottish birth. The most familiar example of whipping-boy is mentioned by Fuller in his "Church History." His name was Barnaby Fitzpatrick, and the prince whose punishments he bore was Edward, son of bluff King Hal, who was afterwards Edward VI., the boy-king of England.
The scene which the picture (...) brings vividly (...) represents one aspect of the use of whipping-boys. It tells its story well.
The young prince would seem to have incurred his tutor's displeasure, and the birch is about to be employed upon the person of the unfortunate Fitzpatrick. But Prince Edward cannot bear to see poor Barnaby flogged instead, and is interceding with his grave guardian on behalf of the lad.
By all accounts which we have the boy-king was a clever and amiable youth, and his untimely death in his sixteenth year would appear to show that he stood much more in need of the tenderest care than of the birch.
It need hardly be added that as soon as he mounted the throne the services of Fitzpatrick could no longer be in request. You may whip a prince, but when that prince becomes king, even while still a boy, the rod must be banished forthwith. Shakespeare says "uneasy lies the head that wears a crown," and this must be especially true in such a case as that of the hapless young Edward, who had to discharge all the kingly duties without being old enough to feel much, if any, interest in them. His courtiers spoke of him as if he were a boy Solomon, and he cannot have needed much castigation, even through the medium of Barnaby Fitzpatrick.
.
da "Little Folks (October 1884) - A Magazine for the Young"
.
----------------------------------------------------------------
.
A whipping boy, in the 1600s and 1700s, was a young boy who was assigned to a young prince and was punished when the prince misbehaved or fell behind in his schooling. Whipping boys were established in the English court during the monarchies of the 15th century and 16th century. They were created because the idea of the Divine Right of Kings, which stated that kings were appointed by God, and implied that no one but the king was worthy of punishing the king’s son. Since the king was rarely around to punish his son when necessary, tutors to the young prince found it extremely difficult to enforce rules or learning.

Whipping boys were generally of high birth, and were educated with the prince since birth. Due to the fact that the prince and whipping boy grew up together since birth, they usually formed an emotional bond, especially since the prince usually did not have playmates like other children would have had. The strong bond that developed between a prince and his whipping boy dramatically increased the effectiveness of using a whipping boy as a form of punishment for a prince. The idea of the whipping boys was that seeing a friend being whipped or beaten for something that he had done wrong would be likely to ensure that the prince would not make the same mistake again.

The life of a whipping boy was usually one of sorrow and pain,[citation needed] but, sometimes, they were rewarded by the princes they served. King Charles I of England made his whipping boy, William Murray, the first Earl of Dysart in 1643 after he had been living in the palatial Ham House since 1626 under the request of King Charles I.
The children's book
The Whipping Boy by Sid Fleischman, which is about a prince and his whipping boy, was the winner of the Newbery Medal in 1987.
.
da WIKIPEDIA

mercoledì 30 dicembre 2009

Basta pagare... (?)

.
.
L'amaca di Michele Serra del 29/12/2009

Gli "sprovveduti" che in montagna mettono a repentaglio la propria vita e quella dei soccorritori sono gli stessi che affollano gli alberghi,i ristoranti,i negozi di articoli sportivi, e hanno arricchito le valli alpine.

Bertolaso fa bene a biasimarli: ma questo è il turismo di massa. Cioè l' idea, demagogica ma economicamente fruttuosa, che tutto sia alla portata di tutti, dalla spiaggetta tranquilla alla cresta aguzza, dalla grigliata sugli scogli al trekking sopra i crepacci e in mezzo alle slavine.

Poiché non è spendibile il proposito di restituire ai pochi e ai ricchi il privilegio della bellezza, sarebbe però urgentissimo dire forte e chiaro che non tutto è facile, non tutto acquistabile. Che salire (anche in senso metaforico) è difficile, duro, faticoso, selettivo. Salire (migliorare, migliorarsi) non è il dozzinale benefit che i venditori promettono a chiunque, purché paghi. È una disciplina, è uno stravolgimento delle comodità e delle consuetudini, comporta l' errore, comporta la rinuncia. E questo vale per la montagna, per la cultura, per il successo, per la fortuna sociale, per tutto ma proprio tutto quello che la società di massa ha trasformato in una svendita. E invece è una libera, avventurosa conquista.

martedì 15 dicembre 2009

Isteria politica (con tutti gli annessi e connessi in termini di illiberalità varie)

.
.
Dove non batte mai il sole
da "Tempo reale", il blog di Vittorio Zucconi su repubblica.it - post del 15/12/2009

Forse bisognerebbe piantarla con queste stronzate su Internet come untore di epidemie mentali e diffusore di virus sovversivi, che periodicamente riaffiorano come l’herpes. Questo blog – tenuto aperto e con un minimo di disinfestazione – dimostra che di imbecilli, provocatori e spargi cazzate gratutite e insolenti il mondo abbonda, ma se qualcuno si prendesse la briga di consultare i cataloghi delle librerie e delle biblioteche, si accorgerebbe che non c’è stato bisogno di Internet per diffondere il Manifesto dei Comunisti, il Mein Kampf di Hitler e altri scritti che hanno cambiato, in peggio o in meglio, il mondo, come le tesi di Martin Lutero (per favore, capite il senso, non sto paragonando i cristiani riformati ai nazisti o ai comunisti), o il Corano (idem). Le peggiori tragedie umane, le stragi più oscene, le tirannidi più truculente non hanno avuto bisogno dei blog e dei social network per diffondersi o per organizzare olocausti e genocidi, e neppure della televisione, per avverarsi. Al contrario, con un po’ meno di reazione riflessa (kneejerk reaction, in inglisc, come il riflesso del ginocchio battuto dal martelletto del medico) si potrebbe arguire che è vero l’opposto, che l’areazione dei peggiori sentimenti e degli umori più fetidi che albergano nella pancia della società tende, semmai, a funzionare da disinfettante. E’ dove non batte mai il sole e non passa l’aria che si sviluppano, nel buio e in assenza di ossigeno, le infezioni più micidiali.

---------------------------------------------

.
Cambiamenti di clima
da "Tempo reale", il blog di Vittorio Zucconi su repubblica.it - post del 15/12/2009

Chi di noi ricorda, per averli vissuti personalmente come li vissi io che quella mattina dovetti andare in via Fani per “La Stampa”, i 55 giorni del rapimento, della prigionia e dell’assassinio di Aldo Moro, o le ore strazianti dell’agonia del mio allora vice direttore Casalegno a Torino, dovrebbe segnalare agli esagitati commentatori e ai cinici strumentalizzatori di queste ore, che avventurarsi in paragoni con gli anni ‘70 è, prima che falso, criminale. Chi non c’era, potrebbe credere che esista davvero un parallelo fra quanto è accaduto domenica in Piazza del Duomo a Milano e quanto accadde nella primavera del 1978 o nei giorni in cui si accendeva la radio ogni giorno per sapere chi fosse stato gambizzato, rapito o fatto secco. Chi c’era e sostiene che viviamo un clima da anni ‘70, non soltanto mente sapendo di mentire, ma insulta la memoria di uno statista tormentato e autentico come Aldo Moro.

Si vis pacem... Et cetera et cetera...

.
.
Il soldato riluttante
di Vittorio Zucconi (da "La Repubblica" del 11/12/2009)


Sta nell'equivoco insidioso tra "pacifico" e "pacifista" la chiave per capire le perplessità e i sarcasmi che hanno accompagnato, in America come nel resto del mondo, la consegna del Nobel per la pace a Barack Obama.

Se il Presidente americano sembra avere tradito le speranze che lui stesso aveva suscitato e avere accettato un riconoscimento che stride con la escalation della guerra in Afghanistan, è perché si vuole ignorare la differenza fondamentale che esiste fra coloro che combattono guerre "per scelta" e coloro che le combattono "per necessità".

È la abissale distanza morale che separa le guerre di Roosevelt in Europa e nel Pacifico, dalle guerre di Johnson e Nixon in Asia, le divisioni di Wilson sacrificate sul fronte francese dalla aggressione nipponica a Pearl Harbor, e che Obama ha riassunto, nell'accettare il premio con modestia ai limiti dell'imbarazzo, in un altro aggettivo chiave: "giusta".

Per la nobile sensibilità del pacifista, quella fra "giusta" e "ingiusta" è una distinzione senza una differenza, essendo ogni guerra per definizione il Male assoluto da respingere. Per la responsabilità dell'uomo pacifico e del guerriero riluttante, le armi sono invece l'ultimo ricorso, quando ogni altro tentativo, se fatto seriamente e non soltanto per predisporsi un alibi propagandistico, è fallito.

Nel confondere Obama con Bush, nel mescolare la tragica ideologia della "democrazia da esportare" laddove aggradi al più forte con la amarissima, sofferta scelta di insistere nell'operazione afghana, troppi osservatori dimenticano, forse in malafede, che l'invasione, l'occupazione e le operazioni di controguerriglia in Afghanistan ebbero, e ancora hanno, la piena e formale sanzione dell'Onu, che riconobbe nel regime Talebano e nella metastasi terroristica da esso ospitata, una minaccia per l'umanità, manifestata nell'ignominia delle Due Torri.

Fu invece soltanto a cose fatte e decise, dopo la stravagante e inedita formula della "coalizione di chi era disposto a starci", costruita su un cumulo di false prove e di dottrine tagliate su misura, che l'Onu diede a malincuore una copertura agli Stati Uniti, quando invasero e occuparono una nazione governata da un regime abominevole, ma estraneo alle trame del fondamentalismo globale.
Qui si spalanca l'equivoco fra "pacifista" e "pacifico". Se la ideologia del pacifismo fosse accettabile, sarebbe Neville Chamberlain, il premier britannico che non osò fermare Hitler per non spezzare la pace formale in Europa, a meritare il Nobel, e sarebbe invece Winston Churchill, colui che utilizzando ogni arma in proprio possesso, rispose ferocemente all'aggressione tedesca, garantendo così due generazioni di pace e di libertà all'Europa occidentale.

Il pacifismo, ben oltre il valore sempre assai discutibile di un premio come questo Nobel che ha coronato discutibili campioni della mitezza come Kissinger, il nordvietnamita Le Duc-Tho o Yasser Arafat, è un lusso che il primo responsabile di una nazione come gli Stati Uniti non si può concedere.

Non quando dal sistema di sicurezza collettiva instaurato dopo il 1945, non per volontà americana ma per il risucchio del suicidio europeo, dipende, ieri nella Guerra Fredda, oggi nella guerra subdola e asimmetrica contro il fanatismo armato, la sopravvivenza di chi agli Usa si è affidato. Scoprendosi, come disse un incontestabile leader della sinistra mondiale, Enrico Berlinguer, "più sicuri" da questa parte.

La scelta di accrescere, e non di smobilitare, l'occupazione dell'Afghanistan, lo scontro contro i neo-Taleban risorti grazie al fallimento della strategia adottata da Bush che aveva sprecato consenso e uomini per abbattere Saddam mentre si ricostituiva al Qaeda, l'estensione delle missioni in territorio pakistano - come Obama aveva sempre annunciato di voler fare - potrà rivelarsi catastrofica o vincente, un nuovo Vietnam o almeno una Corea stabilizzata nella sua suddivisione. Ma Obama è sicuramente dentro la storia e la tradizione e la cultura americana, anche se i sondaggi per il momento lo castigano, nell'accettare la tragica necessità della guerra e nello sfuggire, come fecero Wilson, come Roosevelt, come Truman, alla tentazione dell'isolazionismo e dell'autoesclusione da un mondo che non è più separato da comodi oceani.

Obama è l'uomo tranquillo che non vorrebbe battersi, ma non può accettare la violenza, il sopruso e la minaccia alla nazione che gli si è affidata.

È il leggendario "Sergente York" interpretato nel 1941 da Gary Cooper, strenuo obbiettore di coscienza e pacifista che, costretto in trincea, impara a uccidere e a sconfiggere il nemico. E sa che la strada per ogni pace, pur effimera, è sempre, nel calvario della storia umana, lastricata dalla guerra. Se quello sarà il risultato, questo Nobel sarà stato ben meritato.