venerdì 3 luglio 2009

Il mistero del bevitore di petrolio diventato sobrio all'improvviso

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"Fino al mese di luglio del 2008 il mondo intero additava la Cina come la grande colpevole per avere portato il prezzo del barile di greggio al suo record storico. Inoltre la convinzione dominante era che il petrolio sarebbe salito più su, molto più su. La Goldman Sachs prevedeva 200 dollari al barile entro Natale, altri si spingevano perfino oltre. Dopo pochi mesi i mercati hanno deciso che il greggio poteva valere appena un terzo rispetto ai massimi dell'state 2008. Ma che fine hanno fatto le pseudocertezze scientifiche di chi teorizzava la penuria imminente e l'iperinflazione energetica causata dai consumi delle nazioni emergenti? La Cina è sparita?
Sembra lontano il tempo in cui la Repubblica Popolare era sul banco degli imputati, accusata da mezzo mondo di essere la causa strutturale di un insostenibile aumento dei prezzi energetici mondiali.
(...)
E' possibile che sia stata solo la crisi finanziaria nata negli Stati Uniti a capovolgere completamente il quadro?
Nelle analisi più approfondite degli eventi del 2007-2008 viene a galla un ruolo occulto del petrolio: l'impazzimento dei prezzi energetici, prima al rialzo e poi al ribasso, non è stato solo un termometro della crisi, un sensore delle reazioni esagerate per l'interferenza della speculazione finanziaria sui futures. C'è un retroscena della Grande Recessione, che va ricostruito in parallelo con i crac bancari. Mentre in America implodevano i colossi di Wall Street, nell'economia reale stava maturando un'altra crisi globale: c'erano i sintomi precisi e concordanti di una classica crisi ciclica di sovrapproduzione (sopratutto made in China), con lo stress inevitabile sui prezzi di produzione. L'eccesso di domanda delle materie prime stava già mettendo in crisi molti settori industriali.
(...) Perciò il crac delle banche è stato amplificato in modo smisurato: perchè ha colpito un'economia reale che era già gravemente indebolita da un morbo nascosto. Questa crisi parallela e sotterranea non va dimenticata, perchè tornerà fra noi prima di quanto ce lo aspettiamo.
(...) Com'è sparita la crisi energetica che ci attanagliava fino all'estate 2008? Sotto il peso di una recessione che per la prima volta da trent'anni ha colpito simultaneamente le tre principali aree di sbocco delle esportazioni cinesi (Usa, Europa e Giappone), la crescita economica della Repubblica popolare ha cominciato a rallentare. I consumi energetici hanno seguito la stessa curva.
(...)
Uno sguardo attento ai numeri suscita qualche sospetto. Com'è possibile che un calo del 3,2% dei consumi petroliferi cinesi faccia precipitare il barile di greggio da 147 a 40 dollari in pochi mesi? Dov'è l'equilibrio tra la domanda e l'offerta, se un calo dei consumi cinesi di pochi punti percentuali provoca un tracollo rovinoso nei prezzi? La spiegazione in questo caso va cercata nel ruolo perverso della speculazione finanziaria. Il mercato dei futures, il casinò dove si puntano scommesse sul futuro, amplifica e ingigantisce i movimenti dell'economia reale. Fino all'estate del 2008 il casinò guardava alla crescita della Cina, la proiettava nei decenni futuri, usava quel trend per alimentare una folle corsa al rialzo. Poi i giocatori d'azzardo hanno cambiato scenario, tutta la loro attenzione è stata monopolizzata esclusivamente dalla recessione. E così una riduzione modesta dei consumi petroliferi asiatici è stata amplificata fino a provocare il tracollo del greggio. Il rallentamento nella corsa della energivora Cina è stato rappresentato quasi come uno "sciopero" dei consumi.
Così come la speculazione al rialzo ha fatto gravi danni, lo stesso avviene per la speculazione al ribasso."

da "Le dieci cose che non saranno più le stesse" di Federico Rampini

Green Economy

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"Un handicap (...) per le fonti rinnovabili è che spesso richiedono finanziamenti a lungo termine. La crisi bancaria ha reso gli investitori ossessivamente prudenti; trovare fondi per progetti decennali è diventato molto più difficile.
I benefici della decrescita per l'ambiente appaiono allora sotto una luce ben diversa: si scopre che sono del tutto effimeri. Una battuta d'arresto nella produzione di smog fa piacere, sopratutto a noi abitanti di Pechino. Ma se l'impatto più profondo e durevole della Grande Recessione è quello di deprimere il settore delle energie rinnovabili, allora la decrescita si rivelerà una maledizione per l'ambiente. Quando ripartirà - perchè ripartirà in qualche modo - lo sviluppo economico avrà gli stessi difetti di prima, se nel frattempo gli investimenti verdi saranno stati trascurati."

"(In Cina, ndr) Resta aperta anche l'opzione del "carbone pulito", cioè i progetti che puntano a catturare e sotterrare le emissioni di CO2; ve ne sono in cantiere sia con aziende italiane che scandinave e giapponesi. Finora il "carbone pulito" è stato rallentato dai costi elevati di queste tecnologie. Ma i leader cinesi sembrano orientati davvero a sfruttare le opportunità create dalla recessione, per operare dei cambiamenti che in passato non sono stati possibili. Fino al 2008 l'aumento esponenziale dei consumi di elettricità ha costretto la Cina ad aprire in media due nuove centrali a settimana: una folle corsa che non consentiva tregue e relegava in secondi piano la tutela dell'ambiente. Con la crisi e il rallentamento dei consumi energetici, si può creare un margine di manovra per cambiare il modello di sviluppo cinese."
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da "Le dieci cose che non saranno più le stesse" di Federico Rampini

Il risparmio tradito

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"Dunque quali lezioni può trarre per il futuro il risparmiatore, osservando i disastri dell'ultimo biennio? Le uniche certezze sono negative. Tanti luoghi comuni sono stati spazzati via. Un esempio: l'idea che la diversificazione ci protegga dal rischio. Cioè il vecchio consiglio secondo cui la sicurezza si ottiene evitando di mettere tutte le uova in un solo paniere. In tempi normali sembrava vero. Una famiglia i cui risparmi erano oculatamente ripartiti fra casa, azioni, obbligazioni poteva sentirsi abbastanza riparata dalle brutte sorprese: in caso di perdita su uno degli investimenti, gli altri dovevano salvarsi. E invece lo choc del 2008-2009 ha avuto una caratteristica terrificante: tutte le tipologie di investimento sono andate giù in simultanea. Lo ammette Warren Buffett: "Il periodo è stato devastante non solo per la borsa ma per le obbligazioni, sia quelle aziendali sia quelle degli enti pubblici e delle municipalità sia per l'immobiliare sia per le materie prime". E' un fenomeno tipico della deflazione, quello sgonfiamento di valori che colpisce indiscriminatamente ogni patrimonio. Il mercato della casa americano è andato già per primo. Questo ha trascinato il crollo di valore delle banche, travolte dalle insolvenze sui mutui. Il collasso delle banche ha contagiato tutte le Borse. E il pesi dei debiti aziendali ha intaccato pesantemente anche il mercato delle obbligazioni, che rappresentano altrettante "cambiali" emesse dalle imprese. Hanno retto certi buoni del Tesoro - purchè non fossero emessi da Stati sull'orlo della bancarotta - ma in quel caso sono stati i rendimenti che sono precipitati quasi fino allo zero (e per certi Bot americani sotto lo zero!), creando un problema per chi doveva integrare la pensione con le cedole dei titoli pubblici. Perfino chi aveva speculato sulle materie prime, comprando futures o fondi comuni specializzati nell'energia, ha preso una batosta spaventosa quando si è passati dall'inflazione alla deflazione, capovolgimento che è avvenuto in un batter d'occhio nell'estate del 2008.
(...)
Allora bisogna tenere i conti sul conto corrente? Ma milioni di risparmiatori hanno vissuto per mesi nell'incubo che la loro banca potesse fallire. E molti ci sono arrivati vicinissimi: dai clienti inglesi della Northern Rock ai belgi della Fortis, per non parlare dei poveri islandesi. Aprire un libreto postale? Comprare solo titoli del Tesoro di paesi solidissimi? Sono tutte soluzioni di ripiego, la cui validità può essere rimessa in discussione all'improvviso.
(...)
Per capire fino a che punto i professionisti della finanza siano inaffidabili, è utile cominciare dai presunti migliori, il vertice della piramide. Cioè quei gestori patrimoniali che si occupano della clientela più elitaria. Ci si aspetterebbe che almeno i ricchi avessero a disposizione dei consulenti finanziari davvero abili. Macchè. Il crac delle Borse ha colpito in modo democratico anche le fasce sociali più privilegiate, a riprova che i loro consiglieri non erano più sagaci della media.
(...)
Gli esclusivi hedge fund riservati solo a chi poteva investire parecchi milioni, se non addirittura qualche miliardo, normalmente applicavano il seguente tariffario: sui capitali dei clienti il gestore si prendeva il 2% di commissione annua, più il 20% dei profitti realizzati. In cambio di onorari così esosi, alcuni "fondi di fondi" affidavano i soldi della ricca clientela al famigerato Bernie Madoff, quello che li faceva circolare col metodo della catena di Sant'Antonio e infine ha confessato all'Fbi che il suo impero era solo una gigantesca truffa. I superfacoltosi clienti sono stati beffati e derubati come delle vecchiette sprovvedute
(...) I conflitti d'interessi sono onnipresenti: anche i clienti straricchi hanno scoperto troppo tardi che i loro sofisticati consulenti finanziari prendevano la mazzetta da questo o quel fondo in cui investivano i capitali a loro affidati. (...) Non solo quindi quei gestori si facevano pagare due volte - prelevavano una commissione del cliente, ne incassavano un'altra dal fondo di investimento - ma evidentemente nelle loro scelte non privilegiavano l'interesse di chi gli affidava il proprio patrimonio."

da "Le dieci cose che non saranno più le stesse" di Federico Rampini

giovedì 2 luglio 2009

BAR SPORT

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Ci sono bar e bar ma il Bar Sport è qualcosa di più. Lo sa bene Stefano benni che alla fatidica insegna, alta come una bandiera nell'immaginario nazionale, ha dedicato un libro diventato ormai un classico dell'umorismo.
Seguendo il ritmo infallibile dell'apertura e della chiusura, dei campionati di calcio e, perchè no?, delle stagioni, Benni ha scritto la sua commedia umana, il suo catalogo di "eroi" ormai coronati dalla stralunata aureola del mito:

lo sparaballe e il professore, il tennico e il carabiniere, il ragioniere innamorato e la cassiera dalle grandi poppe, il leggendario calciatore dal tiro portentoso e il lavapiatti che sogna di diventare cameriere. Sullo sfondo un interno di mite squallore, dove fanno scena il flipper, il telefono a gettoni e la proverbiale Luisona, la brioche condannata a un'esposizione perenne in perenne attesa del suo consumatore. E' una brigata di irresistibili compagni di ventura quella che ci viene incontro a chiedere spazio nella memoria, nell'immaginazione.

IL PLAYBOY DA BAR

"Per prima cosa bisogna tener presente che non lo troverete tutte le sere: il playboy va al bar una sera sì e una sera no. Questo per il fatto che deve raccontare agli amici, il venerdì sera, l'avventura del giovedì sera, e così via.
Uno dei momenti più drammatici per il playboy è quando entra nel bar e dice "Ragazzi, adesso vi racconto cosa mi è successo ieri sera al Flamengo di Modena" e si sente dire: "Ma se ieri sera eri qui a vedere la partita!". Allora il playboy consulta il calendario e scopre di aver sbagliato di un giorno, e per salvare la faccia deve correggersi: "Volevo dire stamattina al Flamengo di Modena", e insiste per convincere tutti che a Modena è di moda dare party a base di cappuccini dalle otto a mezzogiorno.
Un playboy astuto, comunque, non incorre in questi errori. Resta chiuso in casa il giorno prima, oppure va al cinema con una barba finta a Firenze, e la sera dopo si spettina, si passa un sughero bruciato sotto gli occhi, entra nel bar e crolla su una sedia. "Ragazzo, un Vov", chiama, e comincia a raccontare.
E' naturale che quasi sempre il playboy da bar racconti delle balle. Ma se riesce a raccontarle con stile, avrà ugualmente l'approvazione di tutti. Molto spesso il playboy si autosuggestiona a tal punto, che resta invischiato nel suo racconto fino alle estreme conseguenze: i manicomi sono pieni di playboy impazziti in questo modo. Capita anche talvolta che il playboy vada veramente a donne: allora il discorso si fa molto più interessante. Diamo di seguito un esempio di una serata di playboy da bar così com'è realmente avvenuta, e com'è stata poi raccontata.

I fatti: Alle 9 di sera piove che Dio la manda. Il playboy Renzo, del bar Antonio, si trova con due fratelli napoletani benzinai dell'Agip, i Di Bella, e con Formaggino, fattorino del salumiere. Si decide di salire sulla Giulietta sprint gialla dei Di Bella e di puntare verso il Tico-Tico di Castel San Pietro. I quattro dispongono in totale di lire quattromilacinquecento, marlboro in numero di dieci e un terzo del serbatoio di benzina. Si parte stretti come acciughe in un concerto di peti orrendi, nei quali si distingue il maggiore dei Di Bella che prima di ogni flatulenza urla "Sentite questa!". Si va ai quaranta per risparmiare benzina e perchè il tergicristallo non funziona. Si arriva al Tico-Tico a mezzanotte.

Versione di Renzo: Eravamo in piscina, che si parlava del più e del meno. C'ero io, i fratelli Di Bella, ramo petroli, e Formaggino, che ha una ditta di trasporti alimentari. Parlavamo di St. Tropez, che è diventata un carnaio, e non ci si può più andare. Allora, fa Di Bella junior, perchè non si fa una puntata a Chateau-St. Peter, dove c'è un localino nuovo? Perchè no, diciamo noi, e saliamo sul coupè dei Di Bella, che fa i duecento in terza. Dentro c'era un impianto stereo, con mangianastri, che non ce l'ha neanche la Rai. Di Bella senior ogni tanto faceva: "Sentite questa" e metteva su delle canzoni bellissime, tutte cose di prima, modernissime, inglesi; insomma, in dieci minuti alla media dei 240 siamo davanti al Tico-Tico.

I fatti: il biglietto del Tico-Tico costa millecinquecento lire. I quattro si palesano all'entrata e Renzo dice: "Sono amico del batterista". La maschera risponde "E chi se ne frega". Di Bella junior dice: "Entriamo un momento a vedere se c'è mia mamma, sono rimasto senza chiavi di casa". La maschera non becca. Allora si acquistano tre biglietti. "Ma voi siete in quattro," dice la maschera. "Il bimbo non paga," fanno i Di Bella , e indicano Formaggino. "Quanti anni hai?" chiede la maschera. "Sei," risponde formaggino. "Ma ha la barba," dice la maschera. "Non è barba, è muffa. E' molto malato," replica pronto Di Bella sr. La maschera è interdetta. Allora Formaggino sfodera un numero da maestro: si mette a piangere e si piscia addosso davanti alla cassa. La maschera, convinta, sta già staccando il biglietto, quando passa una bionda modello Benetti con minishort rossi e calza nera. Formaggino la avvicina e la tasta a due mani per quindici secondi. La maschera lo caccia via. Formaggino sale sul tetto di una macchina, si arrampica su un albero, scavalca un muro e si ritrova nel cortile della caserma dei carabinieri. Ha sbagliato direzione. Riesce a entrare solo all'una e mezzo sfondando una siepe a testate.

Versione: Appena davanti al Tico-Tico il maitre mi fa: "Ma lei non è Renzo il playboy?". "Così si dice," dico io. Allora ci fa entrare tutti gratis, meno Formaggino perchè non aveva lo smoking. Sapete come sono in certi posti. Allora Formaggino sale in macchina e in venti minuti è andato e tornato, e si presenta in smoking al nostro tavolo.

I fatti: Naturalmente non c'è posto a sedere. I quattro vengono sistemati su uno strapuntino con la faccia contro il muro. Di Bella jr. è sotto la batteria, e ogni tanto prende una bacchettata in testa. Renzo accavalla le gambe e manda in aria un tavolino con quattro amarene. Poi cerca di chiamare il cameriere schioccando le dita ma non viene notato. Comincia a battere insieme due bicchieri. Niente. Sale sul tavolo e si mette a battere le mani. Niente. Allora Formaggino si alza, prende il cameriere per la giacca e mentre questi si dibatte lo trascina per terra fino al tavolo. Di Bella jr. ordina una coca-cola con whisky e peperonata. Di Bella sr. un gelato al fernet. Formaggino una spuma, Renzo un Daiquiri. Il cameriere gli risponde: "Non facciamo servizio di ristorante". Renzo fa: "Il daiquiri è un cocktail". Il cameriere fa "Alcolici sovrapprezzo di 500 lire" e Renzo ordina una Fiuggi.

Versione: Il maitre ci porta al tavolo migliore. Io schiocco le dita e arrivano quattro camerieri. Uno mi fa: "Ma lei, non l'ho già vista allo Sporting di Montecarlo?". "Può essere," faccio io. "Ma sì, era con la principessa..." "Zitto," gli dico, "per carità, non faccia sapere in giro", e lo allontano. Poi ordino quattro Daiquiri. "A che temperatura," mi chiede il barman. "Zero assoluto,"dico io. E lui: "Lei sì che se ne intende".

I fatti: Di Bella senior va a pasturare, cioè fa un giro tra i tavoli per vedere se c'è del buono. Renzo adocchia un tavolo buio d'angolo con due donne sole. Di Bella junior si sgancia e invita a ballare quella di destra, che a centro pista si rivela una canuta sessantenne, con occhiali, alta un metro e mezzo. "Hai visto?" fa Renzo a Formaggino, "Di Bella s'è beccato la tardona, e adesso io mi becco la giovane." Si palesa al tavolo e chiede: "Balliamo?". "Sì,"gli fa una voce flautata. Renzo l'accompagna per mano in pista e si ritrova a ballare con una bimba di otto anni con un enorme apparecchio nei denti. L'orchestra attacca un tango. "Cosa fai nella vita?" fa Renzo ballando tutto gobbo. "La quarta elementare." "Ti piace il tango?" "No, vengo a ballare solo per tenere compagnia alla nonna." A questo punto Renzo viene colto da un tremendo mal di schiena, ma continua stoicamente a ballare piegato verso il basso. Il tango dura trentadue minuti. Segue una di quelle belle ciarde che finiscono con il trenino tra i tavoli. "Questo mi piace," fa la bimba, e lo spinge per vari chilometri. Poi gli fa fare anche un cancan e un charleston. Il giro chiude alle due e mezzo. Renzo torna al tavolo facendo cadere dalla fronte pere spadone di sudore, e perde conoscenza.

Versione: Vediamo un tavolo con due donne stupende. Di Bella ne invita una: è un'americana, un po' matura, miliardiaria, molto di classe. Un superbo esemplare. Io invito l'altra. E' una diciottenne, perversa, con un sorriso da cinema. "Cosa fai nella vita?" le chiedo. "L'indossatrice," mi fa. "Ti piace il tango?" "Sì," dice lei guardandomi negli occhi, "specialmente se è l'ultimo." Capito, ragazzi! Io mi sento bollire il sangue,la abbranco e lei mi stringe così forte che con le unghie mi porta via dei quadrettoni di Galles dalla schiena. Balliamo avvinghiati per ore: quando la riaccompagno al tavolo mi sviene tra le braccia.

I fatti: quando Renzo rinviene, vede Di Bella che è tornato dal suo giro di perlustrazione portando sette amici, naturalmente tutti uomini. Al riprendere della musica, tutti e undici schizzano come pallottole. C'è un momento di panico, con coppie che si scontrano nella corsa alla pista. Quando la confusione si dirada, sono tutti in piedi come meloni tra i tavoli della sala, meno Formaggino e Di Bella jr. che nella fretta del momento si trovano a ballare insieme. E' rimasta solo una donna, piuttosto vistosa, con due braccia come polpettoni. Uno alla volta, tutti si presentano al suo tavolo e ricevono chi uno sputo, chi una scarpata, chi un bicchiere di minerale in faccia. Per ultimo si presenta Renzo, la squadra e fa: " A me non può dire di no. io non sono come loro". La donna lo guarda e fa: "'E' vero. In effetti direi che sei messo peggio", e va al gabinetto. Intanto l'orchestra attacca una mazurca e la bimba con la protesi dentaria si mette a inseguire Renzo tra i tavoli urlando: "Vieni a ballare con me!".


Versione: Quando torno al tavolo, Di Bella ha rimorchiato sette stangone di un balletto inglese, una più bella dell'altra. Quando attacca la musica, tutte e sette mi saltano addosso gridando: "Dance with me, dance with me, Renzo". Ma io ho adocchiato una bruna che tutta la sera sta rifiutando inviti. Mi piacciono le conquiste difficili. "Vado a domare una tigre," dico agli amici, e parto. La affronto e dico: "Senti, tu puoi fare la difficile con gli altri, ma non con me. Guardami negli occhi". Lei protesta, ma poi cede, mi guarda e fa "Tu sei quello che aspettavo" e nel dir ciò si bagna un po', e insomma dice: "Aspettami, tesoro" e fa un salto nella toeletta. Intanto la diciottenne, però, comincia a inseguirmi urlando: "Non tradirmi, Renzo. Resta con me o mi ammazzo".

I fatti: Renzo riesce a raggiungere il suo tavolo. Intanto i sette amici dei Di Bella hanno mangiato nove panettoni e bevuto venti bottiglie di giovesello, poi se la sono squagliata lasciando tutto da pagare. Renzo viene accerchiato dai camerieri, ma riesce a fuggire arrampicandosi lungo un tralcio d'edera. Intanto la nonna della bimba ha chiamato un carabiniere dicendo che un individuo molesta la sua nipotina. I due Di Bella fuggono con le tasche piene di gelati. In strada, per fortuna, c'è formaggino con la Giulietta già pronta a scattare. Renzo riesce a balzare dal muro del dancing sul tetto della macchina lanciata ai centoventi. Fa tutta l'autostrada sotto la neve aggrappato con le unghie alla capote: al casello d'uscita è assolutamente invisibile, coperto da una bianca coltre. Viene trovato e riaccompagnato a casa, congelato, solo tre giorni dopo, quando i Di Bella montano il portasci.

Versione: A questo punto me la vedo brutta. Urlo: "Champagne per tutti, sopratutto per le mie donne. Consolatevi!", butto in aria un pacco da diecimila e mentre tutti lottano per impossessarsene, scavalco il muro con un salto, balzo al volante del coupè e in dieci minuti sono al Sestriere, dove la mattina dopo avevo un appuntamento con una svedese. Che seratina, ragazzi!"

Bonus (malus)

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"La legittimità dei dirigenti aziendali subisce un attacco concentrico, da più fronti. L'America scopre che la sua "corporate governance" è fasulla. In teoria, nella società per azioni i manager devono rendere conto in ultima istanza ai propri azionisti. Ma quando sono scoppiati a ripetizione gli scandali sulle assurde gratifiche dei banchieri, degli assicuratori, o dei dirigenti dell'industria automobilistica, è diventato imbarazzante rispondere alla domanda più banale: chi li ha autorizzati? Chi ha messo la firma sotto quei contratti d'assunzione, approvando stipendi e bonus faraonici? Quei premi multimilionari elargiti a bancarottieri dovevano essere stati autorizzati dai consigli d'amministrazione, che a loro volta avrebbero dovuto risponderne agli azionisti, o no? Ma nella realtà i consigli d'amministrazione sono infarciti di "amici degli amici", sono dei club di dirigenti legati da solidarietà personali e antiche complicità. La superclasse del capitalismo ha delle logiche mafiose. Gli azionisti, teoricamente padroni, contano molto meno di quanto si creda.

Se n'è avuta una prova lampante quando lo Stato è diventato l'azionista di Aig, di molte banche, di colossi automobilistici: l'amministrazione Obama ha scoperto che, pur essendo proprietaria di un bel pezzo di capitalismo americano, il suo potere di tagliare gli stipendi ai top manager era limitato. Un'infinità di ostacoli di natura giuridica e contrattuale impedisce di smontare quei contratti già firmati e fa dei dirigenti delle figure garantite e protette, a differenza del lavoratore medio. I rappresentanti dello Stato - che sentivano montare la rabbia dei contribuenti - hanno dovuto faticare un bel po' per smantellare le impalcature erette in difesa dei privilegi dei capi-azienda. E' venuta alla luce una verità crudele: i supermanager non rispondono davvero neppure ai propri padroni, sono una casta autoreferenziale. E' lampante una contraddizione rispetto ai canoni fondamentali del capitalismo. Certo, al loro interno, le aziende non possono e non devono essere democratiche, l'organizzazione del lavoro esige il rispetto del principio di autorità. Esiste però una sfera di rapporti dove l'impresa si proclama democratica: è la cosidetta democrazia azionaria, il principio che ogni azione vale come un voto. Quel principio è stato oltraggiato impunemente per anni. Tralasciamo pure l'illusione che possano contare i piccoli soci, troppo frammentati e disorganizzati. Ma neppure azionisti come i potenti fondi pensione americani, che posseggono consistenti quote del capitale nelle grandi aziende, hanno potuto esercitare il proprio diritto di controllo sui dirigenti.

Perfino dopo aver inflitto perdite immani all'economia mondiale, i vertici delle banche semi-nazionalizzate hanno continuato a difendere gli alti stipendi della loro categoria con una teoria sfacciata: la "caccia al talento". Tagliare drasticamente le remunerazioni - hanno spiegato i capi di Aig dopo che lo Stato aveva ripianato le loro perdite diventandone socio di maggioranza - vuol dire esporsi a una fuga di talenti: i più bravi andranno a lavorare altrove, mentre c'è ancora bisogno di loro per risanare il colosso assicurativo. Proprio perchè membri di un club di privilegiati molto autoreferenziale, non si sono interrogati sulla natura del "talento" che aveva portato l'azienda al fallimento.

Il capitalismo industriale e finanziario ha ricevuto una lezione di realismo da Hollywood, un mondo che di solito associamo con i sogni. In conseguenza della recessione le grandi case cinematografiche si sono messe d'accordo per tagliare i cachet delle superstar. Con tutto il rispetto per i talenti artistici di Julia Roberts e di Brad Pitt, se i produttori cinematografici concordano una manovra comune di abbassamenti dei compensi, che possono fare le star miliardarie? Emigrare in massa per lavorare altrove? E dove troverebbero compensi più generosi? A Bollywood, in India? A cinecittà? La teoria del "talento" dei manager è stata la copertura per giustificare privilegi esorbitanti, in un sistema che aveva perso ogni legame con la realtà.

La fine dell'impostura ideologica dei capi-azienda ispira al Financial Times una conclusione "rivoluzionaria": "non si tratta soltanto di sostituira la logica del profitto di breve termine con una nuova visione strategia proiettata sul lungo periodo. Occorre anche allargare l'attenzione ad altri temi: l'ambiente, la tutela dei consumatori, l'impatto delle imprese su tutta la società che le circonda"."

da "Le dieci cose che non saranno più le stesse" di Federico Rampini

I nodi al pettine

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"E' stata parzialmente mantenuta (...) la promessa fatta ai consumatori. Almeno nella fase iniziale delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Lo smantellamento di vecchi dinosauri burocratici di Stato ha consentito dei miglioramenti di efficienza e qualità del servizio.
I non più giovanissimi ricorderanno l'epoca in cui in Italia per avere l'allacciamento di una linea del telefono a casa c'erano liste d'attesa di molti mesi, e chi poteva cercava di farsi raccomandare da un sottosegretario alle Poste per accorciare i tempi. La concorrenza ha portato dei benefici indiscutibili anche in altri settori, come la riduzione dei costi del trasporto aereo. Sembrava la quadratura del cerchio: con la "creazione di valore" si facevano contenti quasi tutti. I risparmiatori si arricchivano. La crescita economica creava più opportunità. Il consumatore aveva più scelta a minor prezzo.
(...)
Sul finire degli anni Novanta però venivano al pettine alcuni nodi. Dopo le prime liberalizzazioni, si stavano ricostituendo degli oligopoli, dalla telefonia alle utilities, e le grandi aziende private, non appena raggiunta una posizione semimonopolista, ricadevano nei vizi tipici degli antichi dinosauri burocratici.
(...)
La stessa ideologia della "creazione di valore" (azionario) ha contribuito al tradimento del consumatore. Quando mai si è visto cacciare un amministratore delegato solo perchè i consumatori o gli utenti erano insoddisfatti? Certo, in linea di principio contro i prodotti scadenti e i disservizi esiste una sanzione del mercato: i consumatori disertano l'azienda mal gestita a favore di un'altra, e i conti dell'azienda così punita ne risentono inevitabilmente con una caduta dei profitti. Ma il giudizio del mercato in realtà può esercitarsi solo quando esiste una vera scelta per i consumatori. Spesso invece - in America come in Europa - con il ricostituirsi degli oligopoli privati abbiamo assistito a un diffuso peggioramento di qualità che ha abbassato il livello generale. Se tutte le compagnie aeree che operano su certe rotte risparmiano sul livello di confort o sulle prestazioni offerte a bordo, la libertà di scelta del consumatore è una farsa. Inoltre si è dimostrato che la scorciatoia più efficace per "creare valore" in Borsa è quella di ridurre i costi tagliando gli organici. E' molto più semplice e veloce licenziare, rispetto alla fatica prolungata, alla fantasia, all'abnegazione e allo spirito di servizio che occorre dispiegare per ottenere una durevole soddisfazione dei clienti.
Il caso estremo è il private equity, quegli speciali fondi d' investimento che comprano un'azienda per fare solitamente tre cose: usare i suoi profitti industriali per pagare i debiti necessari alla scalata; licenziare per ridurre i costi; smembrare l'azienda e venderne i diversi pezzi. In questo caso è palese che la creazione di valore in Borsa (di cui si appropriano i signori del private equity) equivale a una distruzione di ricchezza per l'economia reale e per la collettività."

da "Le dieci cose che non saranno più le stesse" di Federico Rampini

mercoledì 1 luglio 2009